Obiettivi Onu 2030, ecco a che punto è lo sviluppo sostenibile d’Europa

Dall’ASviS un rapporto per «comprendere meglio le origini delle tensioni politiche che stanno emergendo nel nostro Continente»

[31 maggio 2018]

Nel 2015 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha presentato al mondo 17 Obiettivi (Sdgs) da raggiungere entro il 2030 per marciare verso l’agognato sviluppo sostenibile: 193 Paesi nel mondo si sono impegnati a raggiungerli. L’Italia e l’Europa sono nella lista, naturalmente: dunque a che punto siamo? Per rispondere con cognizione di causa l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) – mentre in queste ore è in corso a Milano la conferenza Sdg, clima e futuro dell’Europa – ha presentato i nuovi indicatori compositi che misurano proprio la sostenibilità dei 28 Stati membri dell’Unione europea (Ue) alla luce dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu.

Questi indicatori assumono come base di riferimento l’anno 2010 – quindi misurano gli andamenti dei diversi fenomeni rispetto a tale anno, piuttosto che la distanza rispetto agli Obiettivi da raggiungere entro il 2030 –, e presi nel loro complesso delineano un quadro piuttosto eterogeneo.

L’Unione europea nel suo complesso presenta infatti – come spiegano dall’ASviS – evidenti miglioramenti, nel corso degli ultimi anni, verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile relativi a salute (Goal 3), educazione (Goal 4), uguaglianza di genere (Goal 5), energia pulita (Goal 7), lavoro (Goal 8), innovazione, industria e infrastrutture (Goal 9), città e comunità sostenibili (Goal 11), consumo responsabile (Goal 12), lotta al cambiamento climatico (Goal 13). Significativi peggioramenti si registrano, invece, per le disuguaglianze (Goal 10), la qualità dell’ambiente terrestre (Goal 15) e pace, giustizia e istituzioni forti (Goal 16). Infine, non si segnalano significative variazioni per la povertà (Goal 1), la fame e l’alimentazione (Goal 2) e la partnership internazionale (Goal 17).

«I risultati di questa analisi – commenta l’ex presidente dell’Istat e ministro Enrico Giovannini, oggi portavoce dell’ASviS – mostrano chiaramente come l’Europa si stia muovendo verso il raggiungimento degli Sdgs, ma anche i punti di debolezza e i crescenti divari tra Paesi che si stanno manifestando rispetto all’Agenda 2030. Essere in grado di monitorare in modo immediatamente comprensibile la complessità delle condizioni economiche, sociali e ambientali dell’Europa è un passo importante – sottolinea Giovannini – in quanto consente di comprendere meglio le origini delle tensioni politiche che stanno emergendo nel nostro Continente e di disegnare in modo più opportuno gli interventi da realizzare nei diversi campi e nei singoli paesi. Infatti, guardando alle performance dei migliori, i paesi che sono più indietro possono ricavare utili indicazioni per disegnare politiche più efficaci».

In questo contesto è dunque utile ricordare com’è messa l’Italia, visto anche che il documento Monitoring SDGs at EU level with composite indicators presentato oggi dall’ASviS per l’intera Ue è stato realizzato seguendo la stessa metodologia usata per creare gli indicatori compositi relativi all’Italia pubblicati nel Rapporto ASviS 2017.

Come abbiamo già documentato su greenreport, in quelle pagine si descriveva un’Italia quartultima in Europa nella corsa agli Obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile, e dunque un Paese «ancora molto distante da una condizione di sostenibilità economica, sociale, ambientale e istituzionale». E con l’aggiornamento di quel rapporto arrivato a pochissimi mesi fa, ovvero alla vigilia delle elezioni del 4 marzo, l’ASviS ha confermato il permanere di «una condizione di non sostenibilità» per l’Italia. E per il futuro?

Nonostante siano passati quasi 90 giorni dalla chiamata alle urne, prevedere quale sarà l’avvenire politico del Paese – e dunque la voglia e capacità delle sue istituzioni di guidare lo sviluppo verso la sostenibilità – è ancora oggi una sfida impossibile, anche limitandosi a guardare al brevissimo termine. Se alla fine il governo M5S-Lega riuscirà a partire è però certa solo una cosa: le premesse per lo sviluppo sostenibile non sono delle migliori, visto il “contratto di governo” elaborato dalle forze politiche uscite vincitrici dalle elezioni.