Ocse, chi in Italia è nato negli anni ’80 ha già conosciuto più disuguaglianza di padri e nonni

«I tassi di povertà relativi sono aumentati per i gruppi di età più giovani, mentre sono caduti bruscamente tra le persone anziane»

[18 ottobre 2017]

«La disuguaglianza tra gli italiani nati negli anni ’80 è già superiore a quella sperimentata dai genitori e dai nonni quando avevano la stessa età». La denuncia dell’Ocse compare nero su bianco all’interno del rapporto Preventing ageing unequally, dove l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico avverte che le cose non miglioreranno da sole col passare degli anni. Anzi: «Poiché la disuguaglianza tende ad aumentare durante la vita lavorativa, una maggiore disparità tra i giovani di oggi comporterà probabilmente una maggiore disuguaglianza tra i pensionati futuri, soprattutto in considerazione del forte legame tra i guadagni e le pensioni di vita».

Un dramma che si abbatte oggi sui giovani italiani, ma che finirà per riguardare l’intero spettro sociale: all’intero di un Paese in progressivo invecchiamento – nel 2050 ogni 100 cittadini tra i 20 e i 64 anni  ce ne saranno altri 74 con più di 65 anni – chi sosterrà chi?

Si tratta di un problema che parte da lontano, e che sta strangolando alla radice le possibilità di sviluppo (sostenibile) per l’Italia. Nel nostro Paese «sempre più giovani» sono intrappolati in un lavoro «non standard», dove precarietà e bassi stipendi sono la norma, e hanno «difficoltà ad ottenere un forte punto di appoggio nel mercato del lavoro». I dati parlano per loro. Tra il 2000 e il 2016 i tassi di occupazione dei 55-64enni sono aumentati – spesso loro malgrado – del 23%, mentre quello dei giovani è crollato di 11 punti. Inoltre «a partire dalla metà degli anni ’80 i redditi dei 60-64enni sono aumentati del 25% in più rispetto a quelli dell’età compresa tra i 30 e i 34 anni». Un trend di respiro internazionale, ma che in Italia è particolarmente acuto: all’interno dei Paesi Ocse tale divario è limitato al 13%, mentre all’interno dei patri confini è quasi il doppio. «Infine – aggiunge l’Ocse – i tassi di povertà relativi sono aumentati per i gruppi di età più giovani, mentre sono caduti bruscamente tra le persone anziane».

Un campanello d’allarme che suona da anni e si è fatto tremendamente acuto dal 2007 in poi a causa della crisi economica, ma che ancora le istituzioni si rifiutano di ascoltare. Anche l’attesa legge di Bilancio 2018 appena presentata dall’esecutivo dedica appena 300 milioni di euro alla decontribuzione per le assunzioni under35 il prossimo anno – la principale azione messa in campo dall’esecutivo per sostenere l’occupazione giovanile –, all’interno di una manovra da oltre 20 miliardi di euro.

Di spazio per redistribuire le risorse disponibili ce ne sarebbe eccome, dato che – stima Oxfam – l’1% più ricco degli italiani è oggi in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale netta, ma come testimonia una recente indagine Istat lo Stato italiano si è mostrato durante la crisi il peggiore in Europa proprio nella redistribuzione della ricchezza. Un’incapacità che stiamo pagando cara, i più giovani su tutti.