Oltre le privatizzazioni niente, questo è il problema

[22 novembre 2013]

Una cantilena rassicurante, la consolazione di un rito condiviso e precostituito, la comodità di non dover pensare altrimenti: in Italia periodicamente torna il mantra delle privatizzazioni, cantato più o meno sempre fuori tempo. Il Consiglio dei ministri di ieri non ha fatto eccezioni.

Come spiega lo stesso governo, è stata ascoltata una relazione del Ministro dell’Economia e delle Finanze – Fabrizio Saccomanni – sulle privatizzazioni, nella quale «è stata affrontata l’opportunità di mettere in vendita quote di società pubbliche senza andare a toccare la quota di controllo delle stesse. Unica eccezione riguarda il Gruppo Sace (assicurazione del credito, protezione degli investimenti, cauzioni e garanzie finanziarie) dato che non esistono in Europa gruppi assicurativi di crediti alle imprese che siano prevalentemente pubblici». Tali si contano nei nomi di Eni, Stm, Enav, Fincantieri, Cdp reti, Tag, Grandi stazioni e – appunto – Sace. In tutto, l’esecutivo stima di poter ricavare dalla vendita una cifra che oscilla tra i 10 e i 12 miliardi di euro.

Più che i nomi e i numeri, è però interessante andare a vedere le motivazioni addotte dal governo per questa operazione. Il premier ha spiegato che metà di questa nuova liquidità andrà a ridurre il debito nel 2014 (su questo fronte sono dunque in ballo al massimo 6 miliardi di euro su più di 2.000 in totale), l’altra sarà dedicata a una ricapitalizzazione della Cdp. Ma perché proprio adesso? Come ha semplicemente dichiarato Letta, per «ottenere margini di flessibilità in più da parte della Commissione europea». Dopo enormi sacrifici volti a raggiungere il 3% del rapporto deficit/Pil, all’Italia spettava la magra quanto attesa consolazione della clausola di flessibilità, ossia un margine di 3 miliardi da poter usare per investimenti nel 2014. Dopo la bocciatura della Legge di Stabilità da parte della Commissione, e dunque della revoca dei 3 miliardi, adesso – in sintesi – ci troviamo a svendere l’argenteria di famiglia per riaverli indietro.

Il paradosso è che mettiamo sul mercato asset – più o meno strategici – per 12 miliardi di euro, con il fine ultimo di avere indietro la possibilità di spenderne 3 in investimenti. Se si è valutato come opportuno il procedere alla vendita, non sarebbe allora più sensato reinvestire direttamente i ricavi, anziché aspettarne indietro ¼ dall’Europa? Fuor d’ideologia, il problema è che l’Italia non ha in merito ancora nessun piano industriale al quale rifarsi. Il primo programma in merito dovrebbe essere presentato solo il prossimo 30 giugno, e nel frattempo si vende senza un criterio che sia quello dell’austerità.

Non sarebbe un orrore pensare di vendere quote di Eni per investirne il ritorno nello sviluppo delle energie rinnovabili; di mettere sul mercato Grandi stazioni per poter avere risorse a disposizione per la manutenzione delle linee ferroviarie e dei convogli regionali; di cedere parte di Fincantieri per avere la liquidità necessaria da puntare sul piatto della green economy. Ma non è di questo che stiamo parlando, l’occasione è solo quello di racimolare la credibilità – mai sufficiente, a quanto pare – per agire agli occhi della parte più cieca della Commissione Ue.

Esattamente un anno fa il sociologo Luciano Gallino denunciava sulle nostre pagine che la firma del fiscal compact (e dunque la volontà di ridurre a ritmi forsennati il debito pubblico, anche in tempo di crisi) è stata «una forma di suicidio economico, e si rivelerà inattuabile. Per rispettarne i dettami, dovremmo portare avanti tagli alla spesa pubblica enormemente maggiori rispetto agli attuali (per i quali comunque già si parla di lacrime e sangue), nell’ordine dei 50 miliardi di euro l’anno. Soltanto prospettando per l’Italia un futuro di miseria nei prossimi 20 o 30 anni saremmo forse in grado di farvi fronte». Ci stiamo adesso sempre più addentrando in questa prospettiva, senza una bussola da seguire.

«Sul fronte europeo per alcuni ayatollah del rigore questo non è mai abbastanza, ma di troppo rigore l’Europa finirà per morire e le nostre imprese finiranno per morire», grida oggi indignato il premier Letta, ma nel mentre si adegua. Renderci economicamente credibili per poter poi avere la possibilità reale di cambiare le regole del gioco è una strategia che non sta premiando, dal governo Monti in poi.

Il segnale che occorre è sempre più di leadership e visione politica, più che l’apparire come bigotti economici. Ma il governo non sembra al momento avere i nervi tanto saldi da poter alzare la testa. «Le privatizzazioni non si usano per fare cassa», denunciava intelligentemente il viceministro dell’Economia Fassina, domenica scorsa sull’Unità, precisando: «Non mi risulta che nel governo ci siano pensieri di questo senso». Come volevasi dimostrare.