Oltre il neoliberismo e il populismo: valori, autonomia individuale e comunità autentiche

In un mondo dominato dal denaro, come unico mezzo di scambio universale, come sarebbero le nostre democrazie, le nostre economie e le nostre società se i valori fossero una parte centrale della nostra vita?

[30 aprile 2018]

Nell’ultimo decennio, il neoliberismo è entrato in una profonda crisi. La crisi finanziaria globale ha evidenziato gli eccessi di un capitalismo deregolamentato fortemente dipendente dal debito, dai conflitti di interessi e dall’avidità. Successivamente, il voto per la Brexit, nel Regno Unito, e l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti hanno espresso il profondo risentimento nei confronti di quelle che erano percepite come istituzioni ricche, dipendenti dall’integrazione dei mercati e dalla libera circolazione dei lavoratori.

Il populismo e il nazionalismo sono in aumento anche nell’Europa orientale. In Francia, Germania e Italia i partiti tradizionali, in particolare quelli progressisti, hanno recentemente subito grandi perdite elettorali. E la post-verità è un paradigma dominante sui social media, al punto che anche punti di vista opposti sono etichettati come  “fake news”.

Per diversi decenni Il neoliberismo è stato il modello dominante. In poche parole, la razionalità economica ha formato ogni decisione pubblica e il mercato è stato considerato come lo strumento migliore per creare e condividere il benessere. Mentre il neoliberismo e il populismo sono sicuramente due narrazioni in conflitto, condividono diverse ipotesi, che riguardano il ruolo del welfare e degli individui e della società. In effetti, i gravi difetti del neoliberismo hanno aiutato l’ascesa dei populisti, e non mi riferisco solo alle particolari politiche intraprese dalle élite, ma a tutta una visione filosofica del mondo. Una visione sviluppata dalla Ordo-liberal School che ha influenzato l’architettura dell’Unione Economica e Monetaria, dalla Scuola di Chicago, al cosiddetto Washington Consensus e, in qualche modo, dalla Terza Via sviluppata negli anni ’90.

Contro questo contesto, se vogliamo andare oltre il populismo e il neoliberismo, dovremmo andare oltre le loro assunzioni e paradigmi. Quali?

Primo, sia il populismo che il neoliberismo interpretano praticamente tutto in termini puramente economici. “L’economicismo”, o la prevalenza dell’economia su ogni altra dimensione della vita, è stato abbracciato dal neoliberalismo non solo attraverso l’idea neoclassica secondo cui i consumatori si sforzano semplicemente di massimizzare la loro utilità e il business può perseguire solo il profitto. Il neoliberismo ha anche ridotto l’essere cittadini a essere consumatori e ha accettato il lobbismo da parte delle companies come modalità standard per influenzare il processo decisionale politico. Negli anni ’80, il reaganismo e il thatcherismo erano fondamentalmente basati sull’idea che i liberi mercati favoriscono automaticamente altre forme di libertà. D’altra parte, anche i populisti vengono spesso eletti grazie (almeno verbalmente) alla disuguaglianza economica, alla disoccupazione, alla delocalizzazione delle imprese. Anche le politiche ambientali sono spesso sostenute innanzitutto a causa dei costi economici del cambiamento climatico. Il riferimento del filosofo tedesco Max Horkheimer al dominio della ragione strumentale è ancora oggi assolutamente valido.

Un secondo elemento che caratterizza il populismo e il neoliberismo è l’individualismo. Si tratta dell’idea che essenzialmente siamo atomi, che cerchiamo di perseguire il nostro interesse personale. L’individualismo ci consente di scegliere liberamente i nostri curricula, ideologia, lavoro, amici e, in generale, tutti i mezzi necessari per perseguire determinati scopi. Ma, finché si tratta di individualità, intesa come possibilità di decidere liberamente quale sia una vita degna, né il neoliberismo né il populismo ci aiuteranno molto. per la maggior parte delle persone, il benessere materiale è ancora il più grande successo nella vita, nonostante quello che Amartya Sen ci ha detto sulla libertà, la dignità e la partecipazione.

Terzo, sia il neoliberismo che il populismo considerano la società essenzialmente come una massa di individui e tendono ad emarginare il dissenso: il neoliberismo si basa molto sul conformismo e sulle mode (anche intellettuali), mentre i populisti condannano ogni critica come una forma di complicità con l’establishment, nonostante ciò che Hannah Arendt ha scritto sull’eterogenea uniformità della società di massa come una delle condizioni primarie per il totalitarismo.

Pertanto, se vogliamo davvero superare il populismo, dovremmo abbandonare “l’economicismo”, l’individualismo e l’omologazione sociale.

Ma cosa può ispirare le attività umane al di là del denaro, cioè l’elemento dietro questi tre paradigmi? Dovremmo fare affidamento su valori morali, organizzativi e culturali. In effetti, i valori sono risorse non monetarie e non economiche che sono elementi rilevanti dell’individualità. E possono contribuire a un dibattito pubblico e razionale su questioni sociali, che impedisce la mera omologazione.

In questo contesto, anche al fine di promuovere l’individualità e riconciliare l’utilità economica con l’autonomia, ho formulato due proposte, che consistono nello stabilire un mercato per i valori e le comunità di individui che condividono gli stessi valori.

Per quanto riguarda la prima proposta, mentre può sembrare che il concetto di “mercato dei valori” sia un’idea neoliberista, non è questo il caso. In poche parole, individui, persone giuridiche e comunità sarebbero in grado di descrivere le proprie esperienze rilevanti – certificate da parti terze (ad esempio operatori privati) sulla base di indicatori concordati – evidenziando il ruolo positivo di alcuni valori. Ciò si riferirebbe a valori morali (come la giustizia sociale), valori organizzativi (come la propensione all’innovazione) e valori culturali (come il multiculturalismo). Le esperienze sarebbero descritte in alcuni documenti (chiamiamoli descrittori dell’esperienza), che richiamerebbero anche le azioni che sono state concretamente ispirate da quei valori. Le esperienze rilevanti riferite a ciascun valore sarebbero valutate sul mercato, sulla base della domanda e dell’offerta.

Per esempio, un determinato Paese (supponiamo l’Italia) potrebbe acquistare un documento riferito all’ambientalismo, che descrive le misure adottate da un altro Paese (ad esempio, la Svezia) per promuovere politiche verdi e i benefici di queste misure, ad esempio in termini di innovazione e maggiore coesione economica. Dopo aver intrapreso le proprie iniziative e adottato politiche ambientali (ad esempio aumentando le aree protette di una certa percentuale), l’Italia potrebbe aggiungere la propria esperienza al documento e metterlo sul mercato.

Ogni documento può essere scambiato con documenti che si riferiscono ad altri valori, così che, ad esempio, un Paese che ha promosso l’ambientalismo potrebbe ricevere la descrizione di esperienze riferite alla giustizia sociale. Inoltre, i descrittori di esperienza verrebbero utilizzati anche come mezzo di scambio complementare al denaro: i valori potrebbero essere utilizzati per acquistare beni e servizi. Pertanto, le comunità avrebbero un incentivo economico ad adottare determinate politiche e gli individui un incentivo a intraprendere determinate attività. L’incentivo economico consisterebbe nella possibilità di ampliare l’insieme di esperienze e, quindi, aumentare il prezzo dei descrittori dell’esperienza. Valori e motivazioni interiori sarebbero considerati per quello che sono: una forma di capitale, in grado di ispirare attività professionali e personali. Ciò contribuirebbe a riconciliare l’etica e l’economia e, in generale, la dimensione esistenziale degli individui e la dimensione culturale delle organizzazioni con il loro ruolo sociale di consumatori, lavoratori, produttori. In particolare, l’essere umano non sarebbe più semplicemente quello che Hannah Arendt chiamava un animal laborans, il che significa un individuo alienato privato di quella libertà da se stesso e dai suoi bisogni immediati, che denota un’autentica vita attiva.

Queste transazioni favorirebbero anche l’autonomia individuale e in particolare quello che nel mio libro “Exchanging Autonomy: Inner Motivations as Resources for Tackling the Crises of Our Times”, ho chiamato autonomia funzionale: i nostri valori non sarebbero semplicemente strumentali ai nostri ruoli sociali, dato che avremmo la possibilità di scegliere liberamente come interagire con il resto del mondo, sulla base dei nostri valori morali, organizzativi e culturali. Questo sarebbe un cambiamento piuttosto drastico, considerando che i valori sono spesso ridotti a identificazioni egoiche o modi per adattarsi a lavori alienanti, condizioni economiche difficili e, in generale, alla propria posizione nella  tessuto sociale.

Ciò contribuirebbe ad afferrare quel velo di ignoranza che, secondo John Rawls, dovrebbe caratterizzare le nostre scelte sulla giustizia. Per creare comunità autentiche è molto importante anche l’autonomia funzionale. Infatti, quando gli individui giudicano il mondo solo sulla base del loro ruolo in esso, discutere o confrontare questi valori diventa praticamente impossibile e i cittadini condividono solo una legalità formale, neutrale rispetto al valore, necessaria per vivere in sicurezza. D’altra parte, una comunità è molto più di una semplice società: è una società in cui è possibile un dibattito razionale e aperto sui valori collettivi. Come scrisse William James, ” senza l’impulso dell’individuo la comunità ristagna. L’impulso muore senza l’empatia della comunità”.

Una seconda proposta che ho formulato riguarda la costituzione di gruppi cooperativi che condividono gli stessi valori e sono in grado di influenzare il resto della società. In particolare, Internet dovrebbe svolgere un ruolo essenziale nel consentire a datori di lavoro, dipendenti e volontari di identificare controparti che condividono la loro visione del mondo e che potrebbero quindi perseguire gli stessi obiettivi sociali (ad esempio la riduzione della disuguaglianza nella loro regione). Per esempio, il manager di un’azienda sociale, che non ha l’opportunità di contribuire direttamente alla protezione dell’ambiente nella sua zona, potrebbe assumere lavoratori, che fanno volontariato nella riforestazione e che non hanno trovato lavori moralmente accettabili, perché tutte le società nel loro settore ostacolano l’accesso ai farmaci di base. Attraverso queste forme di cooperazione, individui che condividono alcuni valori raggiungerebbero i loro obiettivi, senza limitarsi a delegarli all’economia e alla politica. Questa soluzione sarebbe anche simile allo spirito delle peer-to-peer communities.

Molte persone, che hanno valori come la giustizia sociale e l’ambientalismo, hanno ruoli sociali che sono in contrasto con questi valori. D’altra parte, i valori possono connetterci con altri individui, come il denaro e il potere. In questo contesto, le persone che condividono determinati principi potrebbero interagire per raggiungere una massa critica, in grado di influenzare la società mentre quest’ultima persegue il denaro e il potere. Ciò avverrebbe attraverso la formazione di comunità locali autonome e, successivamente, reti nazionali e globali. In effetti, ci sarebbero incentivi per il sistema economico a cooperare con le comunità, dato la maggiore produttività del lavoro garantita dalla mancanza di alienazione e dalle economie di scala legate alla presenza di lavoratori e fornitori che condividono gli stessi valori.

Entrambe le proposte che ho descritto in questo articolo contribuirebbero a conciliare il benessere economico con l’autonomia individuale e l’istituzione di comunità autentiche.

Per superare il populismo e le identificazioni egoiche, da una parte, e la mercificazione, la standardizzazione e la disumanizzazione delle nostre vite, dall’altra, abbiamo bisogno di un nuovo approccio interdisciplinare alle questioni sociali. Abbiamo bisogno di integrare i valori umani nelle istituzioni formali che regolano le nostre interazioni quotidiane.

di Marco Senatore

Questo articolo è stato pubblicato il 28 marzo 2018 su Global Policy, il giornale del Global Policy Institute della School of Government and International Affairs dell’università di Durham

Senatore è un civil servant. Nato a Genova nel 1975, dopo essersi laureato in scienze politiche all’università Sapienza di Roma, si è specializzato nei mercati finanziari e nell’internazionalizzazione delle imprese. Ha lavorato dl Ministero dell’economia e delle finanze e all’Executive Board del Fondo monetario internazionale. E’ l’autore di Exchanging Autonomy. Inner Motivations As Resources for Tackling the Crises of Our Times, pubblicato nel 2014. Ha anche scritto diversi articoli su politica, società ed economia. Le opinioni espresse in questo articolo sono strettamente personali.