Onu, per sradicare fame e povertà estrema basterebbe lo 0,36% del Pil mondiale

Eric Maskin, premio Nobel per l’Economia: «Dipende soltanto da noi se la globalizzazione riesca o no ad essere utile a tutti»

[27 gennaio 2017]

I primi due obbiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 (gli Sdgs, sottoscritti anche dall’Italia) sono quelli di sempre: sradicare fame e povertà estrema dal mondo, dove con “povertà estrema” si intende quella che affligge ancora quel 13% di popolazione mondiale – era il 26% nel 2002 – che vive con meno di 1,9 dollari per persona al giorno. Quanti investimenti sarebbero necessari per tagliare questo traguardo minimo di civiltà?

Secondo i dati offerti dal presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo dell’Onu (Ifad), Kanayo F. Nwanze, durante la conferenza internazionale “Investire nella trasformazione rurale inclusiva: approcci innovativi al finanziamento” tenutasi  presso il ministero dell’Economia italiano «servono azioni urgenti mirate a garantire uno stanziamento di  265 miliardi all’anno necessari per realizzare i primi due obiettivi di sviluppo sostenibile ponendo così fine alla povertà e alla fame nel mondo entro il 2030».

I dati più aggiornati offerti dalla Banca mondiale mostrano come il Pil globale ammonti a circa 74mila miliardi di dollari (anno 2015): gli stanziamenti richiesti contro fame e povertà estrema rappresentano dunque appena lo 0,36% di questa cifra. Una frazione minuscola, ma che ancora evidentemente non si è riusciti a trovare.

«Nonostante decenni di impegni e sforzi considerevoli per porre fine alla povertà e alla fame nel mondo, quasi ottocento milioni di bambini, donne e uomini soffrono ancora la fame ogni giorno e circa lo stesso numero di persone vive in condizioni di estrema povertà – ha ricordato Nwanze – c’è bisogno di intervenire urgentemente. Dobbiamo trovare strategie nuove di utilizzo dei fondi pubblici e modalità innovative per mobilizzare gli investimenti».

Ricordando come la recente globalizzazione abbia creato un aumento delle differenze sociali, il premio Nobel per l’economia Eric Maskin – presente alla conferenza romana – ha osservato che «dipende soltanto da noi se la globalizzazione riesca o no ad essere utile a tutti». Il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, suggerisce però un approccio indiretto: «Lo Stato, senza intervenire direttamente nei finanziamenti allo sviluppo rurale, deve creare un ambiente favorevole», aggiungendo poi che l’Italia – in quanto presidente del G7 nel 2017 – porterà avanti questa strategia. Ad oggi, sottolineano dall’Ifad, a livello globale l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) è stato di 192 miliardi di dollari, e solo 9 miliardi di dollari sono stati destinati all’agricoltura.

Una mancanza di generosità che finisce per penalizzare il mondo intero, anche nella ristretta fetta occupata dai paesi più sviluppati come il nostro. Il conseguimento dei principali obiettivi di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 potrebbe «sbloccare un valore complessivo di 12mila miliardi di dollari, che rappresentano – sottolineano dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile –il 10% del Pil mondiale stimato per il 2030. Più della metà di questo valore si raccoglierebbe nei Paesi in via di sviluppo, che trarrebbero anche i maggiori benefici dalla nuova occupazione: dei 380 milioni di nuovi posti di lavoro di cui parla il rapporto, oltre il 90% si concentrerebbe in questi Paesi. Il calcolo delle esternalità ambientali e sociali nel costo dei prodotti e dei servizi, inoltre, aumenterebbe il valore economico della produzione del 40%».

L. A.