Si apre il paracadute della manifattura, l’Europa frena la caduta

Ma per realizzare i presupposti di una ripresa sostenibile rimane ancora molto da lavorare

[25 luglio 2013]

Da troppo tempo non arrivavano buone notizie sul fronte economico, e quando lo fanno piovono inattese: è il caso dell’indice Flash Pmi sull’Eurozona, prodotto dalla società indipendente Markit Economics, che accende una luce sulla manifattura. Secondo dati raccolti tra il 12 e il 23 luglio, per la prima volta dal gennaio del 2012 l’Indice Markit Pmi composito della produzione (la manifattura insieme al terziario) nella zona euro è salito al di sopra di 50.0, valore che separa la crescita dalla contrazione.

La seconda notizia è che il merito di questo giro di boa è da attribuire ai produttori industriali, che – spiegano da Markit Economics – hanno riportato il più ampio aumento della produzione mensile dal giugno del 2011, indicando un’espansione per la prima volta dal febbraio dello scorso anno. Le attività nel terziario, invece, sono diminuite solo marginalmente. I nuovi ordini nel manifatturiero sono cresciuti per la prima volta da maggio del 2011, aiutati da un leggero incremento di quegli ordini destinati al mercato estero, in quanto quello interno si presenta ancora – purtroppo – pressoché stagnante.

Ancora più importante, il tasso di perdita di posti di lavoro ha rallentato durante il mese, ed è sceso ai livelli minimi dal marzo del 2012. Questi tassi di perdita di posti di lavoro allentano sia nel manifatturiero che nel terziario, rispettivamente ai minimi su 18 e 13 mesi. «I posti di lavoro continuano a diminuire – precisa Chris Williamson, chief economist di Markit – ma anche nel campo dell’occupazione si hanno delle buone notizie in quanto le aziende stanno effettuando tagli di personale a tassi minori rispetto all’anno precedente».

Risultati più performanti sono stati registrati in Germania (soprattutto) e Francia, ma anche nei paesi periferici – tra cui il nostro – secondo i dati Markit la produzione si è contratta solo marginalmente, indicando la flessione più debole dal giugno del 2011.

Parafrasando i numeri, in Europa si è aperto un paracadute, quello dell’industria. Meglio di niente, ma continuiamo a scendere: il paracadute può soltanto allungare la frenata, e chissà che non si sia aperto troppo tardi. Per una volta almeno, però, i numeri sono positivi. E questo debole refolo ascensionale va sfruttato prima che sparisca, con politiche attive d’intervento a favore della manifattura. Il paracadute che, pur sforacchiato, sta comunque funzionando.

Quel che è stato fatto finora in tal senso è certamente troppo poco, tanto che non appare lecito per alcuno – almeno in Italia – arrogarsi il merito dei numeri rilevati da Markit; le uniche che ne hanno il diritto sono quelle piccole e medie imprese che, nonostante tutto, innovano, producono e magari assumono pure.

A livello politico diventa sempre più importante riuscire a fermare quelle politiche mercantilistiche che permettono ai paesi in surplus commerciale, in primis alla Germania – che anche nell’indice Markit è ai vertici – di promuovere il proprio sviluppo fagocitando l’economia del sud Europa, alla quale viene imposta in nome dell’austerità una svalutazione interna sulla pelle dei lavoratori, dannosa tanto socialmente quanto economicamente per i paesi colpiti.

D’altra parte, se anche l’indirizzo politico riuscisse a rendere più solida la ripresa dell’industria non può basarsi sugli stessi presupposti che ne hanno disegnato il crollo. Altrove, ovvero ancora una volta Oltreoceano, sembrano averlo capito meglio che in Europa.

«Il governo statunitense – scrive Sissi Bellomo sul Sole24Ore – ha deciso di affrontare il tema sempre più spinoso del controllo dei mercati fisici delle materie prime da parte delle banche. Un attivismo che rischia di mettere in seria difficoltà colossi del calibro di Goldman Sachs, Jp Morgan e Morgan Stanley, che oltre a muovere ingenti somme di denaro sui mercati regolamentati dei futures, sono attive nei derivati over-the-counter, nel commercio fisico di commodities e nella gestione di infrastrutture chiave come stoccaggi di metalli e petrolio, caveu per la custodia di lingotti d’oro, centrali elettriche, raffinerie e persino miniere». Una manifattura più sostenibile riparte dalla sue stesse fondamenta, ossia dalle materie prime e dal loro governo: prima l’Europa si muoverà concretamente per realizzare questa consapevolezza, meglio sarà per la nuova industria verde e tutti i posti di lavoro che può garantire.