Presentato il rapporto Italia del riciclo 2013

Per passare dalla “società del riciclo” alla “economia del riciclo”

Ronchi: «Garantire competitività verso materie vergini e recupero di energia»

[6 dicembre 2013]

La società dei consumi è anche la società dei rifiuti. Cambiando espressione si dipinge soltanto una realtà più cruda, ma forse anche più vera; osservandola passando come un filtro dall’immondizia può dare dei suoi problemi una percezione diversa, ma non offre nuove soluzioni. Per cercarle occorre domandarsi anche cosa c’è dopo il consumo, e anche dopo i suoi scarti. La nuova edizione dell’Italia del riciclo vuol provare a essere una guida su questo territorio, che si dimostra ancora volta accidentato.

Il dato più significativo rimane per l’Italia quello dei rifiuti che finiscono in discarica: nel 2012 la percentuale si è attestata al 43%. Una realtà in leggero miglioramento (l’anno precedente eravamo al 49%), ma con picchi che superano in alcune regioni l’80%. Sono numeri che si riferiscono – è bene chiarirlo subito per dare una dimensione esatta del problema – alla dimensione dei soli rifiuti urbani, quando in Italia rappresentano una dimensione pari a circa ¼ degli speciali.

Alcuni Paesi europei, invece (stiamo parlando dei soliti Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia) grazie al riciclo e al recupero energetico dei rifiuti hanno percentuali di conferimento in discarica irrisorie, vicine allo zero.

Il Rapporto promosso da FISE Unire e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ci informa poi che, nonostante questi numeri da bassissima classifica, nel nostro Paese il riciclo degli imballaggi – a loro volta solo il 7% circa dei rifiuti urbani, ricordiamo – ha registrato una crescita complessiva (+0,5% in termini assoluti e +2% vs 2011 nel rapporto riciclo/immesso a consumo) che attesta la capacità di tenuta del settore, sia pur tra le mille difficoltà dell’attuale congiuntura: 7,546 milioni di tonnellate contro le 7,511 del 2011 e le 7,346 del 2010».

Il tutto nello stesso anno in cui l’Italia ha subito una drastica riduzione dei consumi delle famiglie e della produzione industriale (-6,3%), imposta dalle contingenze esterne della crisi. L’immesso al consumo, conseguentemente, è diminuito per quasi tutti i materiali analizzati nel rapporto, rappresentando al contempo un vantaggio ambientale ma anche una difficoltà per un settore centrale della green economy, che ha cercato di rispondere con un aumento nell’efficienza delle proprie dinamiche e guardando all’export. La raccolta degli imballaggi si è comunque mantenuta, anche nel 2012, «a un buon livello sia quantitativo, pari a 7,5 Mton, sia in percentuale, con un 65,6% dell’immesso al consumo».

«Anche il riciclo ha risentito della crisi che nel 2012 ha colpito, e continua anche quest’anno a colpire, il Paese: le imprese del riciclo più forti – ha spiegato infatti Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile – hanno reagito bene alla crisi, ma non poche di quelle piccole e meno robuste hanno chiuso. Ma questo Rapporto fa intravedere anche i potenziali di sviluppo del riciclo, in vari settori: potenziali che potrebbero contribuire alla ripresa economica del Paese se si riuscissero a superare le barriere (normative, gestionali, di mercato, nonché relative alla  disponibilità del credito) che ostacolano lo sviluppo di quello che è un settore strategico per una green economy».

Lo studio evidenzia comunque come ancora «molta strada resti da percorrere per la piena attuazione di una “società del riciclo” e come gli attuali pur buoni livelli e capacità di riciclo abbiano margini di miglioramento». Nel rapporto si precisa dunque che «per raggiungere obiettivi più ambiziosi il settore necessita di regole chiare e applicabili e soprattutto di condizioni omogenee e ragionevoli tempi di rilascio delle autorizzazioni ambientali».

«Servono – ha sottolineato Ronchi – politiche di sviluppo del riciclo dei rifiuti per renderlo competitivo sia verso il recupero energetico sia verso le materie prime vergini». L’interesse decrescente per banche e investitori verso le commodities, che da settore immerso completamente nelle tempeste delle Borse si avviano a diventare (almeno per l’immediato futuro) meno redditizi, è solo un indice della complessità esponenziale che diventa quotidianità per il mercato delle materie prime, e dunque anche per le materie prime seconde. «L’innovazione su tutta la catena di valore nel settore delle materie prime – esplorazione, estrazione, trasformazione, riciclaggio e sostituzione – rappresenta una grande opportunità di crescita e nuova occupazione» ha dichiarato oggi Antonio Tajani, il commissario europeo per l’Industria e l’Imprenditoria, ed è «alla base della competitività della nostra industria».

Senza una politica industriale ad ampio spettro sul settore, dunque, non sarà solo un comparto della green economy a rimanere ferito – oltre che ad essere azzoppato l’obiettivo del riciclo effettivo – ma l’intero sistema industriale italiano. In Italia come in Europa, dove la disoccupazione cresce accompagnata dalla povertà, non possiamo permetterci ancora passi falsi.