Per qualche tanica in più. L’incubo petrolio offshore “nell’Eldorado Italia”

Goletta Verde: 29mila kmq di aree marine sotto scacco delle compagnie petrolifere

[31 luglio 2014]

Oggi a Vasto, in occasione dell’arrivo di Goletta Verde in Abruzzo, Legambiente ha presentato il i dossier “Per qualche tanica in più” ed ha chiesto a governo e Parlamento di «rivedere le scellerate scelte politiche in materia energetica che ogni governo che si sta succedendo sta portando avanti con insolita determinazione, ma soprattutto che venga ridata voce e possibilità di scelta ai territori e alle popolazioni interessate dalle richieste di estrazioni avanzate dalle compagnie petrolifere».

In totale oggi in Italia le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per 29.209, 6 kmq di aree marine, 5.000 kmq in più rispetto al 2013. Nel Dossier si evidenzia che «Il “tesoretto” che le compagnie petrolifere continuano a cercare senza sosta, quell’oro nero tanto agognato e nascosto sotto il mare italiano ammonta a 9,778 milioni di tonnellate. Una quantità di petrolio che, stando ai dati sui consumi nazionali (59 milioni di tonnellate consumate in Italia nel 2013), sarebbe sufficiente a risolvere il nostro fabbisogno petrolifero per sole 8 settimane. Due mesi praticamente».  Secondo gli ambientalisti, «Basterebbero questi numeri a dimostrare l’assurdità della scelta energetica che il Governo italiano, si ostina a portare avanti. La ricerca di greggio del mare italiano più che l’elemento determinante per giocare un ruolo decisivo nel dibattito energetico internazionale, come sostiene il premier Matteo Renzi, sembra piuttosto l’ennesimo regalo alle compagnie petrolifere che hanno trovato nel nostro Paese un vero Eldorado. Poco importa se Comuni, Regioni e cittadini sono contrari a svendere il loro mare per pochi spiccioli. Anche sull’occupazione il confronto non tiene.  Investire oggi in efficienza energetica e fonti rinnovabili porterebbe nei prossimi anni i nuovi  occupati a 250 mila unità. Ossia più di 6 volte i numeri ottenuti grazie alle nuove trivellazioni».

Tra le aree maggiormente interessate dalle estrazioni petrolifere ci sono il mar Adriatico che ha sotto scacco delle compagnie petrolifere 11.944 kmq, con  2 istanze di concessione, 17 di ricerca e 7 permessi già rilasciati per l’esplorazione dei fondali marini. Nel Canale di Sicilia 5 piattaforme attive estraggono (dato a fine 2013) 301.471 tonnellate di greggio (42% della produzione nazionale offshore) e ci sono 3 richieste di concessione e altre 10 istanze di ricerca.  Nello Ionio fino ad oggi non si estrae petrolio ma ci sono richieste per la ricerca di  greggio nel Golfo di Taranto. Un’area marina vietata alle attività di ricerca di petrolio fino al luglio 2011, quando un emendamento al testo di recepimento della direttiva europea sui reati ambientali ha di fatto riaperto anche questo tratto di mare alle società estrattive, che ha visto nell’ultimo anno raddoppiare le richieste, che sono passate da 8 a 16, per un’area complessiva di 10.311 kmq. A queste si devono aggiungere poi i 76419 kmq richiesti dalle compagnie per avviare attività di prospezione. Delle 7 richieste 3 riguardano l’Adriatico (una quello centro  settentrionale e due il tratto a largo delle coste pugliesi), una il Mar Ionio, due il Canale di  Sicilia e una il Mar di Sardegna.

Goletta Verde fa notare che «la moltiplicazione delle estrazioni petrolifere off-shore aumenterebbe, inoltre, ancora di più il rischio di inquinamento da idrocarburi del mare italiano. La sicurezza delle attività estrattive offshore è non a caso al centro dell’attenzione della Comunità europea già dal 2010, anche in conseguenza  all’incidente del Golfo del Messico. Senza considerare l’impatto che queste attività possono avere anche sulla pesca, fino ad arrivare ad una diminuzione del  pescato anche del 50% intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun, la tecnica geofisica di rilevazione di giacimenti nel sottofondo marino».

Se veramente si vuole rompere con il passato e  giocare un ruolo strategico nel dibattito energetico nazionale e internazionale sono ben altri  gli investimenti da fare e i numeri su cui puntare, per Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente, «cambiano, almeno formalmente, i governi ma la logica resta sempre la stessa: favorire le compagnie petrolifere e mettere in serio pericolo una delle risorse più importanti che abbiamo nel nostro Paese.  Una scelta assolutamente insensata come dimostrano i risibili quantitativi di  petrolio in gioco. Lo stesso premier Renzi continua a sbandierare un rilancio delle estrazioni come  incremento dell’economia e dell’indipendenza energetica nazionale, quando a richiedere  permessi di ricerca e di estrazione sono per lo più compagnie straniere. Invece di ragionare su come aumentare la produzione di petrolio nazionale, avremmo potuto mettere in campo adeguate politiche di riduzione di combustibili fossili. Ad esempio utilizzando i circa 4 miliardi euro che ogni anno “regaliamo” al settore dell’autotrasporto, come avvenuto nell’ultimo decennio, per una mobilità nuova e più sostenibile. Di certo avremmo avuto riduzioni della bolletta petrolifera e delle importazioni di greggio ben maggiori e durature rispetto al contributo che possono dare le poche quantità presenti nei  mari e nel sottosuolo italiano. Continuare a rilanciare  l’estrazione di idrocarburi è solo il risultato di una strategia insensata che non garantisce  nessun futuro energetico per il nostro Paese. È tempo che questo governo si svincoli davvero dal passato e pensi seriamente a cambiare verso, per usare uno slogan molto amato dal nostro premier».

Esempi di come le norme proposte e approvate dai Governi che si sono succeduti negli ultimi anni abbiano favorito le compagnie petrolifere, invece che porre paletti e vincoli, ce ne sono molti. Per il Cigno Verde «quello più eclatante è forse il caso di Ombrina mare, la piattaforma che dovrebbe sorgere, dal progetto presentato dalla Medoilgas Italia, a sole 3 miglia dalla costa teatina. Un impianto in forte contrasto con questo tratto di mare e con la costa  antistante, dove da diversi anni è stato perimetrato una nuova area protetta di cui si attende l’istituzione».