Perché in Italia le tasse sul lavoro sono al 49% e quelle ambientali praticamente nulle?

Una riforma fiscale verde per uscire dalla crisi economica e avere un Paese più pulito ed equo

[6 aprile 2017]

Le tasse, da pagare o da evadere, rappresentano la vera costante nel rapporto tra cittadino e Stato italiano. I dati contenuti nel Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica espressi ieri dalla Corte dei conti non si mostrano incoraggianti: accanto ad una pressione fiscale tra le più elevate dei Paesi Ue, al 42,9% per cento del Pil, si elenca un total tax rate – la percentuale di carico fiscale-contributivo – stimato per un’impresa di medie dimensioni al 64,8% (contro il 40,6% della media Ue), un cuneo fiscale – imposte e contributi dovuti in percentuale al costo del lavoro – al 49% (contro 39%), e un impiego di 269 ore l’anno (contro 173) per adempiere agli intricati obblighi fiscali richiesti ai contribuenti italiani. Contribuenti spesso assai riottosi, visto che l’evasione vale un quarto (24%) del gettito potenziale, e l’economia sommersa un quinto (il 21,1%, contro 14,4% nell’Ue) del Pil nazionale.

Miliardi rapinati alle casse pubbliche, che i contribuenti onesti sono chiamati a risanare con le proprie tasse, per di più a fronte di una «contrazione» nell’erogazione di servizi pubblici come i trasporti locali, il servizio idrico e i servizi sociali.

L’aumento di pressione fiscale accumulatosi negli ultimi 40 anni arriva a oltre 17 punti di Pil – a fronte di poco più di un punto del resto d’Europa – con un aumento del 67% rispetto al 1975. Naturale che la riduzione dello 0,4% avvenuta tra 2015 e 2016 neanche sia stata percepita da cittadini e imprese. Possibile che non ci sia alcun modo per disegnare un fisco più intelligente, capace di finanziare il nuovo percorso di sviluppo di cui l’Italia ha urgente bisogno? Una parziale ma determinante risposta a questa domanda si nasconde sotto il nomignolo di fisco verde, quell’insieme di entrate fiscali ottenute tassando non i cittadini ma i loro impatti ambientali e/o i consumi di risorse naturali.

Significativamente, la Corte dei conti neanche si occupa di fisco verde, embrionale nel contesto italiano. Qualche indicazione in più arriva dall’Ue, che ieri ha aggiornato i dati relativi alle tasse ambientali nei Paesi membri: per l’Italia vengono indicate da Eurostat al 7,9% di tutte le tasse e contributi sociali versati, sopra la media Ue (6,3%). Dati che non aiutano a fare molta chiarezza: da questo punto di vista il nostro Paese appare infatti più virtuoso della Svezia (5,1%) che pure ha introdotto da anni quella carbon tax che per noi rimane un miraggio. L’arcano, come già documentato su queste pagine, è spiegato dal fatto che tra le “tasse verdi” Eurostat annovera il bollo auto o le accise sui carburanti, senza avere gli strumenti per evidenziare il fatto che in questo strano Paese questi introiti vengono ancora ufficialmente destinati a ripagare voci come la guerra di Abissinia conclusa quasi cento anni fa.

La realtà è che, come documenta uno dei massimi esperti italiani in materia – l’economista Massimiliano Mazzanti – la tassazione ambientale è in Italia a livelli «ora nulli», ma con un potenziale stimato dall’Agenzia europea dell’ambiente in almeno 25 miliardi di euro.

Mazzanti, membro del think tank di greenreport e presidente dell’Associazione italiana degli economisti ambientali e delle risorse naturali (Iaere), viene citato dal ministero dell’Ambiente italiano all’interno del proprio Catalogo dei sussidi ambientalmente favorevoli e dei sussidi ambientalmente dannosi, recentemente pubblicato, proprio in merito alle proposte di riforma fiscale: l’economista propone «una manovra fiscale – riporta il ministero dell’Ambiente – che attraverso l’introduzione di una seria tassazione ambientale, sposterebbe 50 miliardi di euro di tasse dal lavoro alle risorse non rinnovabili, migliorando i conti pubblici, l’ambiente e l’innovazione». Misure che «si collocano all’interno di un obiettivo più generale finalizzato a spostare il carico fiscale “dalle persone alle cose” e, più in generale, dal lavoro alle rendite», contribuendo da una parte a dare una risposta alla crisi economico-finanziaria, dall’altra a ridurre l’impatto ambientale del Paese.

Meno tasse su lavoro, persone e imprese sane, più innovazione amica dell’ambiente e un Paese più pulito. L’Italia delle tasse potrebbe essere anche questa.