Nove multinazionali made in Italy firmano un manifesto per puntare alla sostenibilità

Perché l’economia circolare? L’Italia importa 155 milioni di tonnellate di materie prime l’anno

Eppure il Piano di azione nazionale sul tema verrà elaborato solo «entro il 2019», spiega il ministro Galletti. Nel mentre nessun incentivo al riciclo, mentre in legge di Bilancio entra la proroga per i bonus alla termovalorizzazione

[30 novembre 2017]

Per promuovere concretamente l’economia circolare nove multinazionali italiane (Fater, Enel, Intesa Sanpaolo, Novamont, Costa Crociere, Gruppo Salvatore Ferragamo, Bulgari, Eataly), leader nei rispettivi segmenti di mercato, hanno firmato ieri presso la sede di Confindustria il manifesto L’alleanza per l’’conomia circolare per uno sviluppo innovativo e sostenibile. Un documento attraverso il quale i firmatari si impegnano a stimolare la collaborazione tra le aziende favorendo la condivisione di buone pratiche, azioni e progetti comuni coinvolgendo tutti gli attori dell’ecosistema: clienti, istituzioni locali e nazionali, comunità di riferimento, associazioni e fornitori.

«Sono fermamente convinta che l’innovazione non sia un viaggio in solitaria ma un percorso che si nutre di contaminazione di saperi, competenze e interconnessioni. Richiede, insomma, un salto culturale dell’intero sistema», spiega l’ad di Novamont Catia Bastioli. «In questo contesto, le grandi imprese – aggiunge Patrizia Grieco, presidente di Enel – possono svolgere un ruolo fondamentale, anche come volano per favorire la transizione circolare delle proprie filiere, rafforzando la competitività del sistema italiano anche nel contesto internazionale».

«Un esempio – argomenta Giovanni Teodorani Fabbri della Fater – è l’impianto che recentemente abbiamo inaugurato a Treviso, il primo al mondo su scala industriale in grado di riciclare il 100% dei prodotti assorbenti usati (pannolini per bambini, per l’incontinenza e assorbenti igienici) trasformandoli in materie prime secondarie che possono essere riutilizzate e dunque rimesse sul mercato». Ma se i singoli esempi d’eccellenza all’interno del territorio italiano certo non mancano, il problema oggi è proprio quello di riuscire a far sistema; con la firma del manifesto le aziende ci provano, rafforzando le collaborazioni già in corso tentando di includere tutti i principali settori nella transizione, in modo da raggiungere le principali filiere industriali del Paese. Ma sarebbe illusorio pensare di raggiungere un obiettivo di questa portata senza il ruolo attivo delle istituzioni nazionali, che finora all’economia circolare insieme agli applausi hanno dedicato «una normativa ottusa e miope» per dirla con Legambiente.

Nel tentativo di invertire la rotta, quest’estate i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico hanno lanciato il documento di inquadramento strategico Verso un modello di economia circolare per l’Italia. Per fare il punto sul percorso di tale strategia, il ministro Galletti è intervenuto alla Camera aggiornando il calendario d’azione: conclusa la fase di consultazione pubblica, il documento dovrà essere presentato entro la fine dell’anno in Consiglio dei ministri, ma alla stesura del vero e proprio “Piano di azione nazionale sull’economia circolare” dovrà pensarci il prossimo governo. «Entro il 2019 – dettaglia infatti Galletti – dovrà indicare gli obiettivi, le misure di policy e gli strumenti da attivare».

Tante buone intenzioni dunque, ma per una politica industriale degna di questo nome l’economia circolare dovrà aspettare (almeno) altri due anni. Eppure si tratta di un tema trasversale alla manifattura italiana, che meriterebbe ben altra urgenza. Per dare una dimensione industriale – e non “solo” ambientale – al problema basti pensare che ogni anno l’Europa è costretta a importare materie prime con un costo da 760 miliardi di euro. Vero è che al contempo la produttività delle risorse nazionale e continentale sta crescendo, come documenta anche oggi l’Agenzia europea dell’ambiente, ma a tassi già declinanti; come si legge nell’Environmental indicator report 2017 appena pubblicato, in Europa «c’è stato un calo nell’uso delle materie prime e un rapido aumento della produttività delle risorse in seguito alla recessione economica del 2007/2008», ma il «tasso d’incremento della produttività delle risorse si stima tornerà a quello più basso visto prima della recessione economica, di poco inferiore all’1% all’anno».

E nel mentre gli impatti ambientali e i costi per l’import di materie prime continuano a crescere: per l’Italia, ha confermato il ministro Galletti, le importazioni nette di risorse ammontano a 155 milioni di tonnellate di materie prime nel solo 2015. Poco meno di tutti i rifiuti – urbani e speciali – prodotti in un anno dal Paese, per rendere l’idea. E questo guardando al solo “import” di risorse.

Non si tratta forse di flussi che è necessario governare bene e rapidamente, per la seconda potenza manifatturiera d’Europa? «L’economia circolare non deve essere un principio da enunciare, ma un valore tangibile», osserva il ministro Galletti. Eppure per una concreta politica industriale che entri nel merito della questione l’Italia sembra dovrà attendere ancora un bel po’. E nel mentre, sebbene sembra non ci sia spazio in legge di Bilancio per introdurre – per la prima volta nella storia nazionale – incentivi al riciclo, oggi il Sole 24 Ore spiega che uno dei 173 emendamenti approvato ieri in commissione al Senato prevede la «proroga a tutto il 2020 degli incentivi per la produzione di energia da biomassa, biogas e bioliquidi di cui potrà beneficiare anche il termovalorizzatore di Acerra», e – c’è da supporre – non solo a quello. Un’idea piuttosto distorta di economia circolare.