Perché nel mondo è tornata la crescita, ma non ce ne siamo accorti? Ocse: «Conta la qualità»

«I governi possono innescare una crescita che ridurrà i rischi dei cambiamenti climatici e genererà nello stesso tempo vantaggi economici, occupazionali e sanitari a breve termine»

[25 agosto 2017]

A osservarla attraverso il prisma del Pil, si direbbe che l’economia del mondo stia letteralmente scoppiando di salute. È la prima volta da dieci anni che tutti i 45 Paesi riuniti sotto il cappello dell’Ocse – ovvero, le economie più floride del pianeta, inclusa la nostra – sperimentano contemporaneamente una fase di crescita economica, come notano dal Wall street journal, e al contempo il Fondo monetario internazionale rassicura: le sue ultime previsioni stimano una crescita del Pil globale pari al 3,5% quest’anno (rispetto al +3,2% del 2016) e del 3,6% nel 2018. Anche per la vituperata economia italiana, sebbene ancora penultima nel quadro europeo, si attende una crescita pari al +1,5% del Pil entro fine anno.

Già di per sé una crescita del Pil globale pari al 3% incarna una fase eccezionale rispetto alla storia umana, com’è bene ricordare; dal 1500 al 1820 si stima si stata appena del +0,32% annuo, salito con le Rivoluzioni industriali al +2,25% nel periodo 1820-2003. Eppure la nostra società rimane permeata dalle preoccupazioni economiche, con incertezza e paura che paiono incarnare lo spirito del tempo. Perché?

Dal punto di vista dell’analisi economica, appare chiaro come a non essere soddisfacente è in primis la qualità della crescita, che una volta riavviata non ha saputo intaccare le dimensioni della disoccupazione, della precarietà, dei bassi, salari. Della disuguaglianza. Per questo realizzare «un percorso di crescita resiliente, inclusivo e sostenibile è una delle principali priorità dell’azione pubblica dei nostri tempi», come ammette lo stesso Ocse nel suo recente Investing in climate, investing in growth.

All’interno del rapporto, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sottolinea che oggi «quello che conta è la qualità della crescita. I governi, con l’adozione di politiche e incentivi adeguati – in particolare, una decisa riforma fiscale e strutturale associata a una politica climatica coerente – possono innescare una crescita che ridurrà significativamente i rischi dei cambiamenti climatici e genererà nello stesso tempo vantaggi economici, occupazionali e sanitari a breve termine».

Investire nella realizzazione di un’economia verde, che sappia contrastare l’avanzata dei cambiamenti climatici, non rappresenta un costo ma un guadagno per l’umanità. Anche in meri termini economici: secondo le stime Ocse, il Pil nei Paesi del G20 – che rappresentano l’85% del Pil globale e l’80% delle emissioni climalteranti, Italia compresa – potrebbe aumentare dell’1% entro il 2021, e del +2,8% entro il 2050.

Di per sé, spiega l’Ocse, in media tra il 2016 e il 2030 sono necessari investimenti in infrastrutture pari a 6.300 miliardi di dollari l’anno per «soddisfare le esigenze di sviluppo a livello mondiale». Rendere compatibili con gli l’Accordo di Parigi sul clima questi investimenti significa spendere 600 miliardi di dollari in più ogni anno, nello stesso periodo: «Un aumento relativamente limitato considerando i guadagni nel breve e lungo periodo in termini di crescita, produttività e benessere», contando inoltre che «il costo aggiuntivo di tali investimenti sarà verosimilmente compensato nel tempo dai risparmi in combustibili derivanti dalle tecnologie e dalle infrastrutture a basse emissioni».

«Al tempo stesso – aggiungono dall’Ocse – dobbiamo riconoscere che una crescita sostenibile significa anche una crescita inclusiva. Coerenti politiche climatiche e degli investimenti, efficaci configurazioni delle politiche e delle riforme fiscali e strutturali devono operare insieme per facilitare la transizione delle aziende e delle famiglie esposte ai rischi, in particolare nelle regioni e nelle comunità vulnerabili».

Se non opereremo lungo questa linea, non rinunceremo soltanto a incrementi di benessere. Anche quello già conquistato continuerà a scivolare alla nostra presa, come acqua tra le mani. L’Italia, con il suo bellissimo ma fragile territorio afflitto da consistenti rischi sismici, vulcanici e idrogeologici, ne è l’esempio perfetto: come il ministero dell’Ambiente documenta all’interno del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, senza investimenti le perdite del Paese – guardando solo al rischio idrogeologico – potrebbero arrivare fino a 288 miliardi di euro nel 2050. Dovremmo domandarci se vale la pena tergiversare.