Piombino e acciaio fra necessità, opportunità e sostenibilità

[23 luglio 2015]

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La produzione secolare di acciaio da ciclo integrale a Piombino, come in altri siti (Trieste, Genova, Bagnoli, Taranto), ha prodotto ingenti quantità di scarti di processo. La maggioranza di questi scarti (loppe, scorie, Paf, ecc…) non è mai uscita dal perimetro dello stabilimento (circa 800 ettari). Nel 1994 una relazione dell’allora direttore di Arpat Mario Bucci indicava in 7 metri il rialzo dal piano di campagna realizzato utilizzando questi scarti. D’altra parte nel 1999, veniva dichiarata (da parte della Lucchini) una produzione annuale di scarti di circa 1,3 milioni di tonnellate (su circa 2,5 milioni di produzione di acciaio).

E’ un dato di letteratura e di verifica empirica che la produzione di acciaio da ciclo integrale propone un rapporto prodotto/scarto di circa 1 a 0,5. Una tonnellata di acciaio=1/2 tonnellata di scarti di processo. Proprio nel Piano Regionale dei Rifiuti Speciali della Toscana (prima Regione a pianificare questa tipologia di rifiuti che non gode della “privativa” dei rifiuti urbani ma è lasciata al mercato) veniva individuata la realizzazione di un impianto funzionale al riciclo di una parte cospicua degli scarti in questione e veniva individuata, quale soggetto realizzatore, la Società Tap (Tecnologie ambientali pulite) partecipata, oggi, per il 75,1% da Asiu (società gestore del ciclo dei rifiuti urbani dei Comuni della Val di Cornia) e per il 24,9% dalla Lucchini Spa. La Tap ha nel suo statuto, appunto, la gestione, il recupero, il riciclo e lo smaltimento in condizioni di sicurezza dei rifiuti industriali esitati dai processi produttivi di tutti gli stabilimenti di Piombino (Enel, Dalmine, Aercelor-Mittal e Lucchini appunto).

Se la Tap non è, di fatto, mai decollata non è stato certo per mancanza di flussi trattabili. In 15 anni molte opere infrastrutturali locali (a cominciare dai lavori portuali) che potevano utilizzare i materiali esitati dai cicli di produzione (più o meno trattati) sono state invece realizzate senza utilizzarne neanche un grammo. Addirittura, in una certa fase recente, si è perfino ipotizzato e progettato di utilizzare materiali analoghi importati da fuori senza considerare quelli disponibili in loco in grandissima quantità. E, sempre recentemente, si sono utilizzati fanghi di dragaggio sia locali che provenienti da fuori per svolgere opere di riempimento in ambito portuale.

Ancora oggi, società e impianto (da non confondere l’una con l’altro) sono al palo. Nell’era della green economy, della economia e della produzione circolari, la funzione statutaria di Tap è rimasta formalmente e sostanzialmente fuori dall’accordo di programma che ha riguardato Cevital ed ora Aferpi. Eppure il principio di prossimità è un principio di legge anche per quanto riguarda i rifiuti speciali (Dlgs 152/06 e successive modifiche e implementazioni). Eppure i principi di economicità e di sostenibilità sono qualcosa che può essere garantito dal principio di prossimità. Eppure la questione si propone e si ri-propone anche per la nuova fase apertasi con l’esito positivo della tenace trattativa con gli algerini da parte delle istituzioni nazionali e locali.

La dichiarata ripresa di produzione di acciaio da forno elettrico  da parte degli algerini non supera che di qualche decina di tonnellate la questione. Non c’è dubbio che, dal punto di vista dell’ottimale governo dei flussi di materia, un impianto di produzione da forno elettrico può essere considerato a tutti gli effetti un impianto di riciclo. Ciò non toglie che, come qualsiasi altro impianto di riciclo (plastica, carta, vetro ecc….) produca a sua volta degli scarti di produzione. In questo caso, cioè nel caso della produzione di acciaio da forno elettrico, stiamo parlando di un rapporto prodotto-scarto che va da 1 a 0,40-0,45. Ovvero su 2 milioni di tonnellate/anno di produzione di acciaio (questa è la quantità di cui si parla) esitano dal processo industriale circa 7-800 mila tonnellate di scorie e circa 100 mila tonnellate di Paf (polveri di abbattimento fumi che vanno inertizzate e smaltite in condizioni di sicurezza).

Le acciaierie da forno elettrico evolute riescono a ridurre il rapporto prodotto-scarto da 1 contro 0,40-0,45 ad un più sostenibile rapporto 1 contro 0,15-0,20 proprio in ragione di processi di riciclo interni alla produzione. A parte il Paf (rifiuto da considerarsi normativamente “pericoloso” e perciò suscettibile di processi di inertizzazione e di smaltimento), quindi, anche nell’ipotesi di un processo di produzione evoluto, si tratta di considerare materiali trattabili per un ammontare di centinaia di migliaia di tonnellate/anno (il 15% di 2 milioni sono 300 mila tonnellate).

Questione ineludibile da parte di Aferpi. Questione ineludibile per le istituzioni nazionali e locali. Questione non riproponibile nei modi e nei termini storici conosciuti. Ovvio che il problema coinvolge più livelli: politico, amministrativo e gestionale. Ovvio che, fatte le debite valutazioni economiche e ambientali, tutto suggerirebbe l’utilizzo da parte di Aferpi delle quote oggi disponibili della Lucchini in Tap. Chiusura sostenibile del futuro nuovo ciclo industriale; avvio di una filiera industriale e occupazionale del risanamento per quanto attiene il pregresso; coinvolgimento nella parte finale del ciclo industriale (Tap, appunto) delle imprese locali utilizzatrici di materiale vergine con parziale e graduale loro riconversione nel nuovo business. Se il passato non è riproponibile, questo è il percorso obbligato. Percorso che va velocissimamente raccordato, nei tempi e nei contenuti, alla fase di start up di Aferpi.