Lettera aperta alle istituzioni per un cambio rotta sulla Variante Aferpi

Piombino, Legambiente chiede «una strategia nazionale per il futuro dell’acciaio in Italia»

La sovrapproduzione siderurgica cinese è 28,5 volte tutto l’output italiano. Ma i dazi antidumping Ue sono irrisori rispetto a quelli Usa

[27 ottobre 2016]

Tutti i livelli di Legambiente, dal circolo della Val di Cornia al nazionale del Cigno Verde – passando per Firenze – si mobilitano compatti sulla Variante urbanistica al Piano strutturale di Piombino, portata avanti con procedure definite «a dir poco accomodanti» verso le richieste mosse da Aferpi, attuale proprietaria delle acciaierie ex-Lucchini. Decisioni prese «tra l’altro sulla base di sole promesse, senza che ci sia ancora un piano industriale né garanzie di investimenti». A ciò si aggiunge, sottolineano gli ambientalisti, la scelta della Regione Toscana di non sottoporre a Valutazione di impatto ambientale il Masterplan presentato da Aferpi, sulla base del quale si stanno prendendo decisioni urbanistiche importanti».

Con una lettera aperta inviata alle istituzioni locali e nazionali (in allegato), Legambiente chiede dunque «che si valuti con la dovuta serietà e nell’interesse generale le richieste di Aferpi, consapevoli che un progetto industriale lungimirante rispetta ambiente e salute». A creare particolari frizioni nella Variante urbanistica sono il nuovo tracciato previsto per la strada statale 398, che «non seguirebbe un percorso nell’area industriale ma accanto al centro abitato del quartiere Cotone-Poggetto», e l’occupazione di «una vasta area naturale per costruire un anello ferroviario nella zona del Quagliodromo».

Temi che il Comune da parte sua difende, spiegando che la nuova 398 sarà separata dalle abitazioni da «un filtro verde con un’area a parco», con l’infrastruttura a 70 metri dalle case, e che a fronte di 76 ettari sottratti al Quagliodromo per le esigenze Aferpi «altri 145 ettari verranno dismessi dagli usi industriali per essere destinati a funzioni più leggere». A meno di una repentina inversione a U, a Piombino la decisione sembra già presa: pur «prendendo atto delle critiche», l’amministrazione sostiene «la necessità di proseguire nel percorso intrapreso» e «il 28 ottobre (domani, ndr) la delibera di adozione della variante sarà pertanto sottoposta al voto del Consiglio comunale».

Prescindendo da possibili colpi di scena, cosa rimane dunque? Oltre a osservazioni puntuali su Via e Variante urbanistica, gli ambientalisti offrono l’appiglio per una riflessione di più ampio respiro, incentrata sull’assenza di «una politica industriale siderurgica, in un paese manifatturiero come l’Italia con tanti e diversi utilizzatori di acciaio – conclude Legambiente – Si rincorrono così le singole crisi locali, vedi anche la vicenda Ilva, con la speranza che arrivi “il salvatore della patria” da favorire in tutti i modi. La politica nazionale sull’industria di base del “mettere le toppe” ha così reso l’interesse pubblico sempre più subalterno agli interessi e alle convenienze dei privati di turno. Così facendo non abbiamo aiutato né l’innovazione dell’industria, né l’occupazione, né l’ambiente».

In definitiva, manca «una strategia nazionale per il futuro dell’acciaio in Italia, capace di ricomporre e coordinare le varie filiere, introdurre innovazione e valore». È possibile, oggi, elaborarne una? I numerosi fronti di crisi che caratterizzano le acciaierie italiane, con le conseguenti sofferenze sociali e gli interrogativi ambientali, insieme alla strategicità della filiera, impongono la necessità di un tentativo. Consapevoli però che l’industria siderurgica galleggia oggi su un gigantesco e turbolento mare d’acciaio: da sola la Cina sforna la metà dell’acciaio mondiale, e la parte che l’economia cinese non riesce ad assorbire (e dunque “minaccia” i mercati esteri) vale da sola quasi il doppio dell’intera produzione Ue e circa 28 volte quella italiana. Una sovrapproduzione enorme, sussidiata dallo Stato, che si offre ai mercati internazionale a prezzi stracciati mortificando le acciaierie indigene.

A fronte di un simile contesto, per avere una qualche chance di successo risulta indispensabile affiancare a una strategia nazionale capace di «introdurre innovazione e valore» (che poi significa anche efficientamento dei processi produttivi, con risparmio di energia e materie prime) un’azione comunitaria dalla portata degna. Mentre a Bruxelles si tentenna da mesi sul riconoscere o meno alla Cina la condizione di “economia di mercato”, gli Usa hanno già implementato un robusto piano di dazi antidumping – comodo paradosso in un’economia che si vorrebbe sempre più liberista – contro le importazioni cinesi. L’associazione delle acciaierie europee (Eurofer) si è divertita a mettere a confronto i dazi: sui prodotti di acciaio laminati a freddo, ad esempio, mentre l’aliquota del dazio antidumping Ue arriva al 22%, negli Usa siamo al 266%; meno di un decimo. Nel mezzo, a essere stritolate sono realtà come quella italiana.