Piombino, nessuno vince da solo la partita dell’acciaio: c’è chi l’aveva detto

Nonostante gli appelli ambientalisti e locali, una politica industriale per la siderurgia a livello nazionale non è mai arrivata. E adesso a ricomporre il puzzle ci pensa il mercato

[21 novembre 2017]

Nel triste gioco dell’oca dell’acciaio italiano Piombino torna a occupare la casella di partenza. Si avvia ormai ufficialmente a chiusura la partita giocata da Aferpi-Cevital, il cui ceo Issad Rebrab è stato ricevuto ieri al ministero dello Sviluppo economico senza offrire quelle garanzie ritenute necessarie per rimanere alla guida delle acciaierie ex Lucchini. Gli impianti sono fermi, un «piano industriale con evidenza delle fonti di finanziamento» e anche le possibili partnership industriali per la parte siderurgica avanzate dall’imprenditore algerino sono state reputate inconsistenti. «Abbiamo dato mandato di partire con l’azione legale. Siamo sempre alla solita storia, sono stanco di essere preso in giro», ha dichiarato il ministro Carlo Calenda in seguito all’incontro con Rebrab; il primo è andato a parlare con i lavoratori radunatisi fuori dal ministero, l’altro è stato inseguito dai fischi senza rilasciare dichiarazioni.

Difficile pensare avesse potuto andare diversamente, a questo punto. «La invitiamo – hanno scritto le stesse Rsu Aferpi e Piombino Logistics al ministro prima del vertice al Mise – a chiudere oggi definitivamente l’era Cevital e a utilizzare tutti gli strumenti necessari per estrometterlo da questo territorio in quanto è certificato il fallimento di Rebrab. Le chiediamo inoltre di accelerare i contatti con i soggetti siderurgici che si sono interessati a Piombino in questo ultimo periodo. Le chiediamo che il Governo non dimentichi che siamo in un’area di crisi complessa, che intervenga nella transizione, attraverso tutti gli strumenti normativi, eventualmente anche di natura straordinaria per garantire la copertura sociale dei lavoratori e per rilanciare rapidamente la siderurgia a Piombino che sarebbe condannata se dopo tre anni di immobilismo Cevital dovesse anche attendere i tempi lunghi della burocrazia e giurisprudenza italiana». Il riferimento implicito è a Jindal, tra i leader mondiali nella produzione siderurgica, che dopo aver perso la partita dell’Ilva di Taranto ha già aperto in passato al dossier ex Lucchini.

Adesso per Piombino si apre una nuova fase di speranza e d’incertezza, con però una rilevante novità in più. Da Bruxelles è filtrata – raccolta dall’Ansa – che vuole l’Antitrust europeo indirizzato a chiedere «l’uscita del gruppo Marcegaglia dalla cordata formata con ArcelorMittal per rilevare l’Ilva di Taranto e la cessione dell’impianto di Piombino (la Magona, ndr) da parte della stessa ArcelorMittal», in modo da difendere la concorrenza del mercato. La decisione finale dell’Antitrust è attesa per il 23 marzo, ma le indiscrezioni bastano per riavvicinare l’ipotesi di un acquisto della Magona – con una produzione unanimemente riconosciuta d’eccellenza, anche se dei circa 500 dipendenti una parte rilevante è attualmente sostenuta da ammortizzatori sociali – da parte di Arvedi, colosso italiano dell’acciaio.

Prospettiva europea, nazionale e piombinese tornano così inaspettatamente a intersecarsi, dopo anni di ostinata azione a compartimenti stagni da parte delle istituzioni. Possibile che si dovesse attendere l’azione autonoma dei dolorosi sussulti di mercato, senza provare neanche a governarli? Il titolo Piombino, nessuno vince da solo la partita dell’acciaio è già stato ospitato sulle colonne di greenreport: correva l’anno 2015. Allora durante un Consiglio comunale aperto di Piombino, le associazioni Restiamo Umani, associazione Ruggero Toffolutti contro le morti sul lavoro, Lavoro salute dignità, Legambiente osservavano che «con l’acquisizione dello stabilimento da parte di Cevital-Aferpi, non è superata la necessità di una politica industriale […] Purtroppo, siamo partiti con grandi enunciazioni sulla necessità di una politica industriale del governo, con un tavolo nazionale della siderurgia, e si è finiti alla competizione fra aziende dello stesso settore o, peggio, fra territori». E già allora il piano presentato da Cevital brillava «per l’incompletezza di tutte le componenti necessarie a valutarlo, è una semplice carta d’intenti».

Più volte il presidente di Legambiente Val di Cornia, Adriano Bruschi, sulle nostre pagine è tornato a invocare la necessità di un piano industriale quantomeno nazionale, anche se – fin dal 2013 – l’appello era già quello di «guardare alla siderurgia europea nel suo complesso, l’unico modo per arrivare ad una qualche risoluzione stabile sul piano dell’industria». «C’è bisogno di una politica nazionale per la siderurgia che ne salvaguardi il ruolo nel nostro paese, secondo paese produttore a livello europeo, costruendo sinergie e strategie», avvertiva allora anche la Regione con il suo assessore alle Attività produttive Gianfranco Simoncini, ma a livello nazionale l’appello non è stato mai accolto.

Anni dopo Piombino si trova adesso a contare i danni, perché non si tratta di una pausa a costo zero: gli ammortizzatori sociali hanno un limite, fette di mercato sono state perse e il territorio continua ad aspettare quelle bonifiche che non sono mai arrivate.

Anche in questo caso, oggi come ieri per parlare seriamente del futuro di questo territorio è necessario partire «da temi intrecciati tra di loro da decenni, e da decenni ignorati nella loro interconnessione: i rifiuti industriali, le bonifiche con la fondamentale necessità di risanare il territorio per annullare i fattori di rischio per la salute pubblica e permettere nuova occupazione attraverso la reindustrializzazione delle aree ex Lucchini e delle aree portuali, il riciclo con la sostituzione dovunque possibile dei materiali di cava, e le opere pubbliche che dovrebbero assorbire (ma che fino ad oggi non lo hanno fatto) gran parte dei materiali frutto del riciclo». Le parole pure stavolta sono di Legambiente, e risalgono all’anno scorso. Speriamo possano essere finalmente essere ascoltate, e su questa base tornare finalmente a lavorare.