Piombino: l’unica alternativa al risanamento, e al rispetto delle leggi, è lasciare le cose come stanno

[1 febbraio 2016]

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A Piombino si discute, caso più unico che raro in questo Paese, di rifiuti speciali prodotti dalle attività industriali. Di solito la discussione sui rifiuti è circoscritta a quelli urbani e alla necessità di raccoglierli in modo differenziato e si tralascia (rimuove?) il fatto che quelli prodotti dalle imprese industriali, commerciali e di servizio sono quattro volte tanti. A Piombino questa forbice, storicamente, è ancora più larga: i rifiuti speciali e pericolosi sono decine di volte tanti.

Si chiedono, giustamente, a Rimateria (la società pubblico-privata rinata dalle ceneri della Tap -tecnologie ambientali pulite) garanzie sotto il profilo ambientale nello sviluppare il suo progetto di riciclo, risanamento e smaltimento in condizioni di sicurezza. È un mistero della psicologia sociale il fatto che quelle stesse garanzie (anche minori) e quella stessa trasparenza non siano state chieste nei decenni in cui questo problema è stato lasciato gestire totalmente al mercato e, per dirla con parole ascoltate, esclusivamente al “profitto”. Verosimilmente non si chiederebbero neanche oggi se non si fosse disturbato il “can che dorme”. Infatti c’è chi afferma che i comuni (il pubblico) dovrebbero continuare a non occuparsi di questi problemi.

Sta nella fenomenologia sociale conosciuta il fatto che ci si preoccupi se saranno importati rifiuti (comunque innocuizzati) da fuori ma, al tempo stesso si desidera fortemente ignorare che si sono esportati, si stanno esportando e si continueranno ad esportare tutte quelle tipologie di rifiuti pericolosi non inertizzabili (e dunque non innocui) che non potranno essere trattati da Rimateria. A cominciare da quelli infettivi (che vanno inceneriti per legge), a quelli citotossici (ecc.) prodotti dall’ospedale, ma anche di tutte quelle tipologie che esitano le attività industriali e commerciali e che devono essere destinati in discariche per rifiuti pericolosi (quale non è e non sarà quella di Rimateria). In ogni caso, a prescindere dalle opinioni, il faro con cui affrontare anche questi aspetti sta nella legge (Dlgs 152/06; L.R. 25/98; Piano regionale di gestione dei rifiuti). Da questo punto di vista si deve sapere che è il passato che ci consegna una inosservanza totale della legge, non i progetti di Rimateria che si propongono di applicarla.

Infine l’amianto. È presente da decenni nelle fabbriche. Tutte. Non solo della ex Lucchini. I prepensionamenti incentivati nel passato non hanno fatto tradire emozione alcuna sul fatto che l’amianto (anda)va tolto. Su questo: silenzio assordante da sempre. Non solo, le cronache ci consegnano quotidianamente abbandoni di materiale contenente amianto accanto ai cassonetti o peggio nelle campagne (dunque non proveniente dalle fabbriche) ma nessuno si chiede dove dovrebbe essere collocato per renderlo innocuo. Di più, si potrebbe dire in rima: “non si sa, ma con l’amianto ci si vive accanto”. Nelle case e, peggio, nelle scuole (sono 2.400 gli edifici scolastici con presenza di amianto contabilizzati dall’Ona). Insomma, inquieta la soluzione, mentre il problema esistente non sembra sollecitare preoccupazioni. È  un classico. Ma questo classico interroga il ruolo delle forze politiche e il loro rapporto con il marketing e la pedagogia.

Invece, e non è una opinione, l’unica alternativa al riciclo, alle bonifiche e allo smaltimento in sicurezza di ciò che non può essere riciclato è continuare  a ignorare il problema lasciando le cose come sono state e come stanno. In questo secondo modo, l’economia circolare, che potrebbe produrre anche una cinquantina di posti di lavoro, rimarrebbe confinata ai dibattiti e ai convegni. Marketing, insomma, vs pedagogia.