I lavori al porto? «Il riciclo dei materiali non ha nel dibattito locale la rilevanza che meriterebbe»

«A Piombino turismo e agricoltura non sono vie di fuga dalla manifattura»

A greenreport.it Nicola Bellini, economista e tra i responsabili scientifici dello studio condotto dal Sant’Anna di Pisa

[18 febbraio 2014]

Per 17 mesi avete osservato il territorio di Piombino e della Val di Cornia per individuarne le dinamiche identitarie, le trasformazioni economiche, e le prospettive strategiche. Uno studio imponente: a quali principali conclusioni siete giunti? 

«Il nostro obiettivo è stato soprattutto quello di provare a rappresentare società ed economia di un territorio che non può essere ricondotto unicamente alla siderurgia e alle sue vicende. Abbiamo provato a raccontare la complessità di una storia di sviluppo che per molti aspetti è paradigmatica, riflettendo temi e questioni che riguardano l’intero Paese: il tema del declino, ma insieme anche quello del cambiamento e della ri-definizione di cammini di crescita sostenibili sia sul piano ambientale e su quello sociale ed economico. Abbiamo provato a cercare i fermenti, spesso nascosti, i “segnali deboli” di processi di trasformazione ancora incompiuti e sui quali però bisogna poter scommettere ed agire. E crediamo che dal nostro lavoro esca con chiarezza l’immagine e la realtà di un’altra Piombino, di un’altra Val di Cornia, a cui è tempo di dare piena cittadinanza e voce nel dibattito sulle sorti future del territorio».

Il 71,4% della popolazione intervistata per la vostra ricerca crede che il futuro del loro territorio sia da ricercare in turismo e agricoltura. Questa crisi (e l’Ue) ci invita invece ad ampliare i nostri orizzonti industriali. Come trovare una sintesi? 

«Si tratta di un dato che esprime soprattutto un’incertezza di prospettive, l’affidarsi a qualcosa di “altro” che però è ancora frammentario e sfocato nella percezione dei cittadini, troppo spesso ridotto ad una caricatura (il turismo degli ombrelloni, ad esempio). E’ per questo che è importante comunicare che turismo e agricoltura non sono la via di fuga dalla manifattura, anzi devono essere opportunità per valorizzare proprio la grande tradizione industriale del territorio, a cominciare dalla cultura dell’innovazione tecnologica. E insieme che esiste, a fianco della siderurgia (e oltre la siderurgia), un futuro manifatturiero possibile, qualificato e sostenibile».

I sondaggi hanno spesso più facce, e infatti il 63,6% degli intervistati vede di buon occhio la possibile demolizione della Costa Concordia sul territorio e allo sviluppo del porto, sui cui lavori è recentemente intervenuto il commissario europeo Tajani caldeggiando la massimizzazione dell’utilizzo di materiali riciclati. Condivide l’appello? 

«Sì, anche se il tema del riciclo dei materiali non ha nel dibattito locale la rilevanza che meriterebbe. Ed è un’occasione persa. Quanto alla Costa Concordia, non  aiutano le incertezze di questa assai opaca telenovela sul luogo finale di smaltimento. Certo, quanto prima si passerà ad un piano industriale vero sullo sviluppo delle attività di smantellamento, anche a prescindere dall’esito di quella vicenda, tanto prima si potrà comprendere se si tratta di un’ipotesi realmente interessante, su cui costruire anche una strategia politica col necessario respiro».

Per l’area interessata dallo studio sembra oggi essere all’orizzonte un possibile e consistente investimento da parte degli arabi di Smc. Quali sono le sue opinioni (e i suoi auspici) in merito? 

«Le opinioni saranno possibili quando si conosceranno i termini dell’impegno del nuovo investitore e si potrà valutare se realmente vi sono prospettive serie o se invece si corre il rischio di ritardare ulteriormente una riconversione. Resta però un disagio di fondo: in un paese industriale dell’importanza che ha (o aveva) l’Italia un tema come questo dovrebbe essere affidato a scelte (in un senso o nell’altro) di politica industriale, non al rocambolesco apparire di qualche deus ex machina».