Più lenta la crescita della popolazione, più lenta la crescita delle emissioni climalteranti

Guardando al futuro: la questione dei 4 miliardi secondo il demografo Massimo Livi Bacci

[8 febbraio 2018]

La “questione demografica”, che è stata al centro del dibattito circa le sorti dell’umanità fin dal XVIII secolo, è scivolata fuori dalle luci della ribalta e negli ultimi anni è entrata in una sorta di coma. La comunità internazionale è indaffarata nel promuovere i 17 Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile, col loro corredo di 169 bersagli da centrare nel 2030, e sembra convinta che la popolazione non sia più una minaccia per un equilibrato sviluppo. C’è una sorta di “consenso”, tra i demografi, che la popolazione del mondo possa convergere verso uno stato semi-stazionario all’inizio del prossimo secolo, e questa convinzione ha dissolto le ansie circa il futuro nutrite da gran parte degli esperti di questioni demografiche nella seconda parte del secolo scorso. È quindi un fatto positivo che tre recenti articoli di David Lam, Richard Grossman e George Martine abbiano riaperto il dibattito. David Lam è dell’opinione che “L’ottimismo circa la capacità del mondo di accogliere i prossimi 4 miliardi di persone è conseguenza del successo col quale sono stati accolti i precedenti 4 miliardi”. Richard Grossman respinge l’ottimismo di Lam, e si dice convinto che “l’aumento di 4 miliardi avvenuto nell’ultimo mezzo secolo ha degradato il mondo naturale dal quale dipendiamo, e che questo degrado renderà il mondo assai meno accogliente per i 4 miliardi che verranno”. George Martine è molto più pessimista e ritiene che “data la tendenza al degrado causata dal terzo più ricco della popolazione globale, il pianeta che conosciamo potrà benissimo essere distrutto anche senza l’aggiunta di un solo bambino”. Questo è il classico esempio del dualismo ottimismo-pessimismo: i fatti non sono messi in dubbio, e gli autori accettano i risultati delle proiezioni demografiche delle Nazioni Unite.

Lo sviluppo della popolazione è un processo

Questo non deve essere dimenticato: la popolazione interagisce con le costrizioni esterne, quali lo spazio, il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse non rinnovabili e l’energia. L’umanità, nella sua storia, ha trovato queste risorse in quasi illimitata quantità. Ma le cose sono cambiate rapidamente, e alcune risorse naturali – particolarmente il suolo, l’acqua e l’aria – sono in tensione a causa del rapido aumento della popolazione. Durante l’eccezionale XX secolo, la popolazione del mondo si è quadruplicata (da 1,6 a 6,1 miliardi); durante l’attuale secolo andrà vicina al raddoppio (11,2 miliardi nel 2100, secondo la variante media delle proiezioni delle NU), e si avvicinerà ad una crescita zero alla fine di questo periodo. Al momento di scrivere queste righe, il 30 per cento dell’aumento totale previsto per il XXI secolo è stato acquisito (alla fine del 2017, la popolazione ha raggiunto i 7,6 miliardi, 1,5 miliardi in più del 2000, su un incremento totale del secolo di 5,1 miliardi). Dal momento che il cambio demografico è processo complesso, la questione da discutere è se questo cambiamento sia compatibile con un equilibrato sviluppo. In breve: le tendenze correnti e quelle prevedibili minacciano la sostenibilità? La mia tesi è che ci sono diversi aspetti delle tendenze in atto che possono compromettere lo sviluppo e la sua sostenibilità, l’ordine politico, le relazioni tra paesi. D’altro canto, queste tendenze negative possono essere attenuate, se non rimediate, con politiche appropriate adottate dai governi con il sostegno della comunità internazionale. Delle varie minacce alla sostenibilità, ne commenterò brevemente due: le conseguenze ambientali della lotta alla arretratezza e alla povertà, e l’aumento dell’antropizzazione della terra.

La popolazione e il riscaldamento globale

C’è un consenso nella comunità scientifica internazionale secondo il quale la forza principale del riscaldamento globale sia di natura antropogenica, legata all’aumento delle attività umane. Popolazione più numerosa, e più ricca, significa maggiori quantità di prodotto e di consumo, maggiori emissioni, accresciuto effetto serra, clima più caldo. Sappiamo anche che lo sviluppo della tecnologia può svincolare la crescita economica dai livelli insostenibili di produzione e consumo. In altre parole, con più tecnologia è possibile abbassare il contenuto di energia e di materie prime non rinnovabili per ogni unità prodotta o consumata. Questo può avvenire nelle società ricche, nelle quali la dematerializzazione del consumo è possibile (un dollaro aggiuntivo può essere speso per comprare un e-book, assistere ad un concerto, acquistare servizi personali); ma è molto più difficile che avvenga nelle società povere, nelle quali un dollaro addizionale viene speso per comprare gasolio per riscaldarsi, per cucinare o per trasporto; utensili di metallo per il lavoro, scarpe per camminare, ed altri prodotti di base per i quali la dematerializzazione è impossibile o minima. La Figura 1 mostra la scomposizione dell’aumento totale di CO2 emesso dalla combustione di energia fossile, decennio per decennio, tra il 1970 e il 2010. La componente “crescita della popolazione” sull’aumento delle emissioni è approssimativamente equivalente a quella dovuta alla crescita del Pil pro-capite negli anni ’70 e ’90; è maggiore negli anni ‘80 e minore nel primo decennio di questo secolo. L’effetto contrario dell’energia (intensità dell’energia per unità di prodotto) è più o meno equivalente all’effetto della popolazione. È evidente che la crescita della popolazione continuerà ad essere responsabile, in futuro, per una quota dell’aumento delle emissioni di un simile ordine di grandezza. Più lenta la crescita della popolazione, più lenta la crescita delle emissioni. Il numero medio di figli per donna, nell’Africa sub-sahariana è oggi pari a 5, e secondo le NU (variante media) scenderà a 3,1 nel 2050; se, con politiche adeguate potesse essere ridotto a 2,6 (come nella variante bassa delle proiezioni), la popolazione nel 2050 sarebbe di 1,959 miliardi invece di 2,168, frenando significativamente la crescita delle emissioni. La riduzione della velocità della crescita demografica avrebbe un effetto dello stesso ordine di grandezza del progresso tecnologico.

La Terra è finita

Una popolazione in crescita necessita più spazio e più terra, su un pianeta che è finito. Al crescere della popolazione, lo spazio disponibile diminuisce e l’antropizzazione della superficie terrestre aumenta. Oggi più della metà delle terre emerse è interessata, direttamente o indirettamente, dal processo di antropizzazione: il 13% di queste per la coltivazione; il 26% per pascoli, l’8% per foreste con fini produttivi, il 4% per infrastrutture ed attività economiche; il 3% per insediamenti urbani. Nel complesso, il 54% delle terre emerse è direttamente o indirettamente toccato dalle attività umane. Del rimanente 46% delle terre emerse in stato (relativamente) pristino, buona parte è inabitabile, perché situata nelle zone artiche, desertiche o di alta montagna.

Tre aspetti devono essere considerati con attenzione. Il primo riguarda l’intrusione nelle grandi foreste, e in particolari di quelle pluviali, la cui integrità è una garanzia dell’equilibrio bio-naturale. Il secondo consiste nell’intensificazione del popolamento negli habitat più precari, in particolare nelle aree costiere, fluviali o lacuali. Il terzo aspetto attiene all’esplosione dei processi di urbanizzazione.

Per quanto riguarda la deforestazione, questa ha colpito i maggiori bacini fluviali in America, Africa ed Asia. Nella Amazonia “classica” (3,6 kmq), la superficie deforestata è cresciuta dal 2% nel 1980, al 12% nel 2010, mentre in questo periodo la popolazione è crescita di due volte e mezzo (da 5,9 a 14,8 milioni) per l’alta immigrazione. La deforestazione per ottenere spazi residenziali, per le infrastrutture, le coltivazioni, i pascoli, i campi minerari è strettamente legata all’immigrazione.

Le foreste pluviali hanno un ruolo cruciale nella conservazione dell’equilibrio ambientale; nel moderare le emissioni di gas serra, nel mantenere l’integrità delle riserve d’acqua; nel proteggere la biodiversità. Il fondamentale problema per la protezione del manto forestale è il fatto che gli alberi hanno più valore se vengono tagliati anziché lasciati vivere, e che i pascoli e le colture hanno più valore delle foreste vergini. Sono perciò necessarie norme stringenti.

La densità demografica e la crescita della popolazione sono più alte nelle aree costiere che non in quelle interne; le prime hanno più valore e sono più attrattive e funzionali (storicamente, le grandi città si sono sviluppate lungo le coste o sulle rive delle maggiori vie d’acqua). Le zone costiere favoriscono le attività commerciali e quelle industriali, e attraggono flussi di immigrazione; necessitano di infrastrutture; stimolano l’urbanizzazione. Ma molte aree – specialmente quelle costiere con bassa elevazione sul mare – oltre ad essere attrattive e pregiate, sono anche fragili e vulnerabili (si pensi alle 200.000 e più vittime provocate dallo tsunami del 2004 nel Sud-est asiatico), e questa condizione si aggraverò con il rialzo del livello del mare per il riscaldamento globale.

Una recente pubblicazione delle Nazioni Unite afferma “delle 1.692 città con almeno 300.000 abitanti (2014), 944 (56%) sono ad alto rischio per l’esposizione ad almeno uno di sei tipi di disastri naturali (cicloni, inondazioni, siccità, terremoti, frane e eruzioni vulcaniche), come si desume dall’esperienza dei disastri naturali avvenuti nell’ultima parte del XX secolo. Nell’insieme, le città con alta esposizione ai disastri naturali ospitavano 1,4 miliardi di persone nel 2014. Nel 2050 c’erano due “mega-città” di oltre 10 milioni di abitanti nel mondo, ma nel 2016 ce ne sono 31, delle quali 24 nei paesi in via di sviluppo. Il moderno processo di “mega-urbanizzazione” è stato compresso in un breve periodo, in maniera disordinata e spesso anarchica. Le conseguenze ambientali riguardano soprattutto l’inquinamento atmosferico – con le relative conseguenze negative per la salute – e quello delle acque, con effetti che si propagano nell’ecosistema ben aldilà del territorio delle mega-città. Si aggiunga poi lo spreco ed il degrado dello spazio. E poiché la crescita delle grandi conurbazioni avviene più velocemente di quella delle aree urbane nel loro complesso, gli effetti negativi sull’ecosistema sono destinati ad aggravarsi ulteriormente, a meno che non si intervenga con robuste misure correttive.

Ancora Malthus?

Sì, Malthus ancora. Il mondo ha dimensioni finite: può darsi che non ci siamo limiti per la produzione delle sussistenze, come pensava Malthus. Ma terra, spazio, aria e acqua sono limitati, e sono risorse che vanno bene amministrate. E ciò significa robuste azioni di governo, particolarmente a livello internazionale. E il mondo potrebbe essere in migliori condizioni, verso il 2100, con una popolazione di 10 anziché di 11 miliardi.

di Massimo Livi Bacci per  www.neodemos.it