Da Cna e Symbola il dossier sulle piccole e medie imprese. E il Cnr di Pisa presenta Digitaly

Pmi, piccolo è ancora bello? Alla ricerca di un’economia sostenibile «a misura d’Italia»

Mazzucato: «L’attenzione dovrebbe essere focalizzata sulla produttività», non sulla dimensione

[14 aprile 2015]

In Italia parlare di imprese, in numeri assoluti, è pressoché identico che parlare di Pmi: l’Ocse certifica che le piccole e medie imprese (considerate qui come quelle con meno di 250 dipendenti) rappresentano il 99,9% di tutte le realtà aziendali lungo lo Stivale, l’80% dell’occupazione e il 67% del valore aggiunto. Le Pmi dominano in tutta Europa, e in Italia più che altrove: ne consegue che nel bene come nel male, molto dell’attuale quadro economico dipende da loro. Lo stesso vale per le possibilità di ripresa economica, sperabilmente ripensando in chiave sostenibile il modello di sviluppo che ci ha portato al disastro attuale.

Il dossier Le Pmi e la sfida della qualità: un’economia a misura d’Italia a cura di Cna e Fondazione Symbola, presentato ieri a Roma, pone l’accento su una dimensione d’eccellenza per le Pmi italiane, che presenta ancora molti punti di forza. Nonostante tutto, alle Pmi nostrane si attribuisce la creazione di 77,3 miliardi di euro di valore aggiunto; si tratta del 22% tra le imprese europee con meno di 50 addetti, più del contributo tedesco (che si ferma al 18,5%, con 64,8 miliardi di euro). Inoltre, l’Italia registra nell’Ue «il maggior numero di prodotti col più alto valore medio unitario al mondo (il mercato ci riconosce, in virtù della qualità, i prezzi più alti): 255 in tutto, contro i 196 della Germania, i 193 della Francia, i 188 del Regno Unito». Da non sottovalutare, in aggiunta, il dato che mostra come «dalla fine del 2014, il 51% delle piccole e medie imprese italiane ha almeno un green job, più del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e della Germania (29%)».

Il rapporto Cna e Symbola cerca inoltre di far luce su di un tema dibattuto da anni: qual è il rapporto tra dimensione delle imprese, produttività e innovazione? «Le nostre imprese – risponde il dossier – hanno l’innovazione nel Dna: siamo il secondo Paese in Europa per numero di aziende (65.481) che, nel triennio, hanno introdotto innovazioni di processo o di prodotto.  Meglio di noi solo la Germania, con 90.395 aziende. Seguono, ma a livelli decisamente inferiori, Regno Unito (44.623), Francia (37.924) e Spagna (24.159). Delle oltre 65mila imprese citate, quasi 54mila, più dell’80%, hanno meno di 50 addetti: segno evidente che le dimensioni delle nostre Pmi non sono affatto un ostacolo all’innovazione». Symbola, con grande coerenza, dimostra di credere fermamente nelle possibilità rappresentate dalle Pmi italiane, e si rivolge a loro anche con aiuti concreti: solo pochi giorni fa ha annunciato la sua partnership con Cloros (una delle maggiori Energy Service Company) in un progetto che mette a disposizione 1 milione di euro per quelle Pmi che puntano sulla sostenibilità come leva strategica di competitività, e in particolare per renderle energeticamente più efficienti.

Passare dai numeri elaborati nel dossier all’osservare che le Pmi rappresentino di per sé un volano all’innovazione sarebbe però un passo probabilmente troppo affrettato. Significativo, in tal senso, il progetto Digitaly presentato oggi dal Cnr di Pisa sulla “semplice” presenza sul web delle Pmi italiane: da un’indagine statistica effettuata su Registro.it, emerge come «microimprese e liberi professionisti mantengono in media il proprio dominio web tre anni e poi lo cancellano».

Più in generale, come riassume l’economista Mariana Mazzucato all’interno del suo best-seller Lo Stato innovatore, «se è vero che molte aziende a forte crescita sono di piccole dimensioni, è vero anche che molte aziende di piccole dimensioni non sono a forte crescita […] Si parla molto del fatto che le piccole e medie imprese creano occupazione, e i politici sono sempre più attenti a questo tema, ma è per lo più un mito. Le piccole imprese creano posti di lavoro per definizione, ma li distruggono anche, e in grande quantità, quando cessano l’attività». Mazzucato ricorda dunque che non si riscontrano relazioni sistematiche «tra le dimensioni di un’azienda e la sua crescita», e che semmai il premio per le aziende a forte crescita sceglie la determinante dell’età: quelle giovani, in generale, sono le migliori. «L’attenzione dovrebbe essere focalizzata sulla produttività – osserva l’economista – e le piccole imprese sono spesso meno produttive delle grandi», suggerendo di favorire l’innovazione con commesse pubbliche di tecnologie strutturate ad hoc, piuttosto che scegliere la via dei sussidi.

Vero è che ogni contesto ha le sue condizioni e regole di partenza, e in Italia le Pmi rappresentano un tessuto produttivo radicato e con punte di assoluta eccellenza, come quelle evidenziate da Cna e Symbola. Le peculiarità che rendono apprezzata l’economia italiana nel mondo dipendono in buona parte da loro. Se le sfide del XXI secolo impongono cambiamenti, meglio puntare su reti d’impresa che snaturamenti di altro tipo; in fondo non sono le dimensioni che contano, ma saper scegliere su quali cavalli puntare: innovazione e sostenibilità.