Contro il populismo: la buona comunicazione fa bene all’ambiente, e alla politica

Elezioni concluse tra partecipazione ai minimi, slogan gridati e incompetenza. Ma un’altra strada esiste

[20 giugno 2016]

populismo comunicazione ambiente

Da Milano a Napoli, passando per Roma come da una vasta costellazione di capoluoghi e centri minori, l’ultima tornata elettorale si è conclusa lasciando dietro di sé un livello di partecipazione desolante (la partecipazione dei votanti si è fermata al 50,5% ai ballottaggi) e un Paese dai confini politici ancor più frammentati. E in molti casi la pietra d’angolo sulla quale si è consumato il conflitto – più che il confronto – tra i candidati non era estranea a temi ambientali, dalla gestione dei servizi pubblici locali alla realizzazione di opere infrastrutturali o bonifiche.

In campagna elettorale a Roma hanno tenuto banco le municipalizzate Atac e Ama, a Sesto Fiorentino la realizzazione di un termovalorizzatore e l’ampliamento di un aeroporto, a Napoli la bonifica di Bagnoli, mentre a Grosseto sono entrati nel gioco delle alleanze le poltrone di delegato comunale nelle Ato per acqua e rifiuti, nonché presso il Consorzio di bonifica. Nella maggioranza dei casi, il dibattito su questi temi si è appiattito in una sterile caccia al voto, senza alcuna visione politica e con una chiarezza argomentativa prossima allo zero. In due parole, populismo ambientale.

È davvero questa l’unica opzione rimasta per fare politica all’interno della nostra società liquida? No, almeno secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea). Nel suo rapporto Communication, environment and behaviour, l’Agenzia riconosce come integrare buona comunicazione nei processi di politica ambientale possa «migliorare l’implementazione della legislazione e, in ultima analisi, contribuire a facilitare la transizione verso un’economia verde ed efficiente nell’utilizzo delle risorse».

Un utile consiglio quando, mai come in queste elezioni, la sostanziale mancanza di differenze ideali-ideologiche e spesso anche programmatiche tra i tre schieramenti in gioco (Pd, M5S e destra) è trascesa nel dossieraggio, nel gossip personale, nel fango sparso dalla stampa o dai blog amici di questo o quel candidato. Una campagna elettorale molto all’americana – dove le uniche bandiere rosse le ha sventolate il “masaniello” de Magistris a Napoli – del cui scadimento personalistico avremo davvero fatto volentieri a meno (e a quanto pare, visto i risultati, anche gli elettori).

Al contrario, vivere bene entro i limiti del nostro pianeta è l’obiettivo che il buon senso dovrebbe suggerire ad ogni essere umano, e quello verso il quale – almeno ufficialmente – dovrebbe tendere tutta Europa, con specifici target al 2020, 2030, 2050 e oltre. Un obiettivo a dir poco ambizioso che richiede «una transizione su larga scala nella società e nei comportamenti». In questo contesto, dove ovviamente si inserisce (o dovrebbe farlo) ogni politico e amministratore locale, costruire fiducia nella cittadinanza è essenziale per arrivare ad un qualche successo.

«Approcci comunicativi efficaci possono condurre a una maggiore fiducia nelle istituzioni pubbliche, e – sottolineano dall’Eea – possono rafforzare il coinvolgimento della cittadinanza nei processi decisionali ambientali». La buona comunicazione è dunque strumento per una politica che è cosciente del suo ruolo pedagogico, e nell’interesse della collettività punta a far comprendere la complessità del mondo circostante ai cittadini – l’unico modo per renderli reale forza di cambiamento tramite scelte consapevoli.

Un approccio lontano anni luce dalla politica marketing, condotta a colpi di tweet e slogan, ma che trova oggi strumenti assai utili nell’avanzata delle tecnologie come in quella delle neuroscienze. Un’efficace comunicazione politica (ambientale, ma non solo), spiega l’Eea, trova robusti alleati nella crescente disponibilità e nell’accesso alle informazioni ambientali, nei progressi della tecnologia dell’informazione e della comunicazione e nell’intensificazione delle azioni orientate dai social network; inoltre – e qui entrano in gioco le scienze comportamentali, con un esempio concreto offerto dall’approccio nudge – una migliore comprensione dei meccanismi attraverso i quali ognuno prende le proprie decisioni può aiutare a migliorare la comunicazione da parte delle autorità pubbliche, e indurre i cittadini a fare più scelte ambientalmente migliori.

L’economia comportamentale riconosce i limiti della razionalità umana, e mostra come molte delle nostre azioni siano prese sulla base di metodi decisionali “inconsci”. La buona comunicazione come la buona politica, anziché cavalcare desideri e paure dell’elettore per il solo fine di accaparrarsene il voto, non rifiuta la complessità del mondo, scegliendone un altro fatto di illusioni: mostra al cittadino le informazioni necessari per una scelta consapevole e (dunque) realmente partecipata.

Questo è tanto più vero quando in ballo c’è l’ambiente. «È chiaro – osservano dall’Eea – che cambiamenti nei comportamenti individuali da soli non possono decarbonizzare l’ambiente, arrestare la perdita di biodiversità o pulire i nostri mari. Molti studi sostengono che, per quanto riguarda le tematiche ambientali, vi è la necessità di più ampi cambiamenti sociali e strutturali, che chiaramente vanno al di là della sensibilizzazione individuale». Questo è senz’altro vero, ma in una democrazia il cambiamento per essere efficace dev’essere anche condiviso, e una buona comunicazione è la base per renderlo tale.