È possibile riciclare il beach litter? Legambiente, Ippr e Enea ci provano

Tra i rifiuti spiaggiati la percentuali di polimeri arriva al 90%, ma «non si può demonizzare la plastica». Il problema sta nelle abitudini sbagliate di consumatori e imprese

[10 novembre 2017]

L’ultima indagine sul beach litter condotta da Legambiente mostra diffuse criticità nel nostro Paese, con 670 rifiuti (plastici, nell’84% dei casi) trovati ogni 100 metri lineari di spiaggia: cotton fioc, frammenti, oggetti e imballaggi sanitari, pellet, tappi e cannucce quelli più presenti sulle nostre spiagge, e la causa è da attribuire principalmente ad abitudini errate da parte di consumatori e imprese. Preso atto del problema, è possibile avviare questo tipo di rifiuti a riciclo con vantaggi che siano non solo ambientali ma anche economici? Il quesito è particolarmente sfidante, contando che ad oggi anche le frazioni plastiche più difficili da riciclare nella filiera dei rifiuti urbani – ovvero conferite autonomamente dai cittadini nelle campane dedicate, e non da raccogliersi in spiaggia – incontrano difficoltà a essere re-immesse sul mercato senza incentivi, ma l’Istituto per la promozione delle plastiche da riciclo (Ippr) con Legambiente ed Enea non getta la spugna, presentando oggi uno studio apposito a Ecomondo.

«Lo studio rappresenta solo il primo passo per affrontare il problema del beach litter – spiega Angelo Bonsignori, presidente dell’Ippr e direttore generale della Federazione gomma-plastica – Abbiamo recentemente costituito il “Tavolo permanente per il riciclo di qualità” per analizzare, anche attraverso il coinvolgimento delle aziende di riciclo, la concreta fattibilità di recupero dei materiali presenti sulle nostre spiagge. Specialmente per quella frazione degradata o composta da diversi polimeri che non possono tornare tal quali nelle rispettive filiere. Intendiamo inoltre promuovere una prima campagna di raccolta del beach litter in alcuni Comuni costieri in accordo con le Amministrazioni e studiare la realizzazione di un impianto pilota per il riciclo di questi materiali».

Lo scopo, al contempo, è quello di sensibilizzare consumatori e imprese a porre una maggiore attenzione nella loro gestione quotidiana dei rifiuti, rimuovendo abitudini errate: dai cotton fioc gettati nel wc ai rifiuti abbandonati direttamente sull’arenile. «Purtroppo, la cattiva gestione dei rifiuti e l’abbandono consapevole restano le principali cause del fenomeno – sottolinea il vicepresidente di Legambiente, Stefano Ciafani – Al tempo stesso i dati evidenziano come buona parte di questi rifiuti potrebbero essere riciclati. I risultati, sebbene preliminari, mostrano dati incoraggianti circa la qualità del blend ottenuto mescolando i rifiuti spiaggiati. Una novità assoluta che dimostra come sia fondamentale sia prevenire il problema attuando campagne di sensibilizzazione, sia lavorando sull’innovazione di processo e di prodotto e sull’avvio di una filiera virtuosa del riciclo».

Nel dettaglio, i campionamenti sono stati svolti dai tecnici della Goletta verde di Legambiente in due spiagge del litorale tirrenico: la spiaggia di Coccia di Morto in provincia di Roma e la spiaggia della Feniglia in provincia di Grosseto. Sul totale dei rifiuti presenti, la percentuale di plastica è in entrambi i casi superiore al 90% (leggermente più alta della media nazionale), e in entrambi i casi gli oggetti più presenti sono gli stessi rinvenuti nel resto delle spiagge italiane, come i cotton fioc e i “frammenti”, residui di materiali degradati dall’effetto della fotodegradazione e degli agenti atmosferici, non più identificabili univocamente; il Polipropilene (PP) e il Polietilene (PE) sono i polimeri plastici maggiormente presenti in entrambe le spiagge ed insieme costituiscono rispettivamente il 79% (Coccia di morto) e il 66% del totale (Feniglia).

«Quelli che erano i punti di forza delle plastiche, leggerezza, durabilità e costi contenuti, oggi rappresentano il limite di questi materiali che permangono nell’ambiente per decenni prima che si degradino – conclude il ricercatore Enea Loris Pietrelli – Comunque è importante ricordare che non si può demonizzare la plastica perché con questo termine si identificano centinaia di materiali polimerici, con caratteristiche molto diverse, di cui non possiamo più fare a meno. Il risultato principale di questa prima ricerca riguarda la composizione dei materiali raccolti. La netta prevalenza di materiali termoplastici quali polietilene e polipropilene, facilita il recupero ed il riutilizzo del materiale spiaggiato. È necessario inoltre ricordare che le plastiche arrivano da terra e quindi sono il risultato di una cattiva gestione dei rifiuti solidi urbani. Ad esempio, l’enorme quantità di cotton fioc rinvenuta lungo le spiagge rappresenta un “caso” emblematico soprattutto se si pensa che nei primi anni del 2000 la commercializzazione dei bastoncelli non biodegradabili era vietata».