Povertà, durante la crisi lo Stato ha tagliato dell’81% il Fondo per le politiche sociali

L’analisi del Censis: “Rivedere i fondamentali della società italiana”

[24 giugno 2015]

povertà

Il Fondo nazionale per le politiche sociali (Fnps), ovvero «la fonte nazionale di finanziamento specifico degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie» è stato decurtato dell’81% nel periodo 2007-2014, ovvero negli anni della crisi economica che ancora perdura. La rilevazione, diffusa oggi dal Censis durante la giornata d’approfondimento “Rivedere i fondamentali della società italiana”, ricorda da vicino l’aforisma attribuito a Mark Twain: «Un banchiere è uno che vi presta l’ombrello quando c’è il sole e lo rivuole indietro appena incomincia a piovere».

Una battuta resa ancora più amara dal fatto che responsabile del Fondo per le politiche sociali sia lo Stato, e non una banca. Dietro pressante richiesta di tagli al bilancio pubblico per rispettare i vincoli dell’austerità, il sociale è stato un settore dove le forbici si sono accanite con particolare insistenza.

«L’andamento del Fondo per le politiche sociali, istituito nel 1997 per trasferire risorse aggiuntive agli enti locali e garantire l’offerta di servizi per anziani, disabili, minori, famiglie in difficoltà, testimonia il progressivo ridimensionamento dell’impegno pubblico sul fronte delle politiche socio-sanitarie e socio-assistenziali. Le risorse assegnate al Fondo – snocciola l’Istat – sono passate da 1,6 miliardi di euro nel 2007 a 435,3 milioni nel 2010, per poi scendere a soli 43,7 milioni nel 2012 e infine recuperare in parte negli ultimi due anni fino ai 297,4 milioni del 2014». Non è cambiato molto con l’avvento dell’era Renzi alla presidenza del Consiglio: il bilancio del Fondo per le politiche sociali galleggia ancora oggi attorno ai 300 milioni di euro, ben lontano dalle cifre non certo esose raggiunte negli anni pre-crisi.

Com’è possibile che, di fronte a una (non) gestione pubblica della crescente povertà, un Paese come l’Italia – dove più del 28% della popolazione si trova a rischio povertà ed esclusione sociale – non si sia ancora lacerato? La risposta, come sempre, arriva dalle reti di sostegno informali, con il ruolo centrale della famiglia, definite dal Censis come fondamentali. Accanto a loro operano il volontariato e il no-profit, con 300.000 istituzioni e 5,4 milioni di persone tra lavoratori e volontari. Una realtà sulla quale sembra voler puntare anche lo Stato: mentre si è tagliato abbondantemente sul fronte del Fnps, in contemporanea il finanziamento pubblico delle attività no profit nel campo sanitario, dell’assistenza sociale e della protezione civile è arrivato a «13,5 miliardi di euro, pari al 63% del loro budget complessivo».

Il fattore comune, sia che si parli di pubblico sia che ci si riferisca al no profit, sta nelle marcate differenze territoriali lungo lo Stivale. Le istituzioni non profit sono 104 ogni 10.000 abitanti in Valle d’Aosta, e 25 in Campania; al contempo, la spesa sociale dei Comuni supera i 7 miliardi di euro l’anno, pari a 115,7 euro in media per abitante, ma all’atto pratico si passa dai 282,5 euro per abitante nella Provincia autonoma di Trento ai 25,6 euro della Calabria.

Cifre che testimoniano una disuguaglianza crescente, oltre alla povertà diffusa, e che dovrebbero riportare al centro del dibattito pubblico le opzioni possibili per frenare questa folle corsa al ribasso. Interventi per un lavoro minimo garantito, e in alternativa un reddito minimo garantito, rimangono realtà sulle quali urge azione politica.