Presentato il nuovo piano industriale Aferpi, i sindacati: «Non ha fugato i nostri dubbi»

Il presidente di Jindal apre: «Dovessimo prendere Ilva mi piacerebbe guardare a Piombino»

L’Arpat fa il punto sulle bonifiche del Sin. Dopo due anni dall’Accordo di programma «nel corso del 2017 dovrebbe partire una campagna di monitoraggio della falda»

[31 marzo 2017]

A due anni di distanza dall’acquisizione della ex Lucchini di Piombino da parte di Cevital, ieri la controllata Aferpi avrebbe dovuto presentare ai sindacati un rinnovato e convincente Piano industriale e finanziario, capace di dare nuova prospettiva a un territorio ormai stordito da annunci ed empasse a ciclo continuo. Solo pochi giorni fa, in seguito a un preliminare confronto istituzionale, sembravano trapelare alcuni spiragli di speranza. Spiragli bruscamente chiusi dopo l’incontro tenutosi ieri al ministero dello Sviluppo economico alla presenza del ministro Carlo Calenda e del vice ministro Teresa Bellanova, del presidente toscano Enrico Rossi, del sottosegretario Silvia Velo, e dei sindacati Fim, Fiom e Uilm.

«L’illustrazione del nuovo Piano industriale di Aferpi non ha fugato i nostri dubbi e le incertezze sulla capacità di realizzare il progetto di reindustrializzazione di Piombino – ha sintetizzato Rocco Palombella, segretario generale della Uilm – Riteniamo insufficiente che ci si presenti con una nuova serie di “annunci” che non trovano nessun fondamento finanziario e che riguardano solo la siderurgia tralasciando gli altri due pezzi del progetto, logistica e agroindustria, con messa in discussione del mantenimento dei livelli occupazionali attesi. Fino ad oggi gli impegni sono stati disattesi ed è quindi inaccettabile spostare al 2021 il nuovo traguardo temporale per la realizzazione del piano senza nessuna concreta garanzia di realizzarlo. È importante ricordare che l’altoforno a Piombino è spento a dal 2014 e che l’impianto di laminazione funzionerà fino al mese di luglio. Quanto ci è stato prospettato permane ancora molto fumoso. Ci rivedremo al ministero la prossima settimana, ma il giorno preciso è ancora da decidere».

«Se il gruppo Cevital vuol riacquistare credibilità nei confronti dei lavoratori, del territorio e delle istituzioni – ha aggiunto il sindaco di Piombino, Massimo Giuliani – deve dare le risposte senza ulteriori attese». Nessuno ormai a Piombino ha interesse a estromettere Cevital dalla partita della re-industrializzazione (compreso il patron Issad Rebrab, che in Toscana ha già investito oltre 100 milioni di euro), ma il tempo e la pazienza sono agli sgoccioli. «La realizzazione del piano industriale presentato da Aferpi slitta di due anni, quindi al 2021 e prevede nel settore siderurgico un aumento degli operai impiegati dagli attuali 630 a oltre 1000 – ha aggiunto stamani il sindaco intervenendo in Consiglio comunale – È necessario che la legge Marzano a questo punto segua il posticipo del piano industriale e di questo si deve far carico il Governo».

Per uscire dal vicolo cieco è possibile che sia necessario attendere l’incastro del tassello più ingombrante nell’intricatissimo puzzle dell’acciaio italiano, con l’aggiudicazione della gara per l’Ilva di Taranto. Sajjan Jindal, presidente di Jindal South West e in corsa per rilevare la più grande acciaieria d’Europa con la cordata AcciaItalia, intervenendo oggi sulle pagine del Corriere della Sera si è sbilanciato come mai prima d’ora sul tema: «Mi piacerebbe – ha dichiarato con noncuranza al più diffuso quotidiano italiano – se dovessimo prendere l’Ilva, guardare anche a Piombino». Vedremo.

Di certo una prospettiva di respiro nazionale sarebbe un toccasana per tentare un rilancio della sofferente industria siderurgica italiana. Ma il grande assente su questo fronte è proprio il governo, cui spetterebbe il ruolo di regista per una politica industriale degna di questo nome. Purtroppo non è una novità.

Ai ritardi del privato la crisi di Piombino somma quelli – ancor più gravi – da parte dell’attore pubblico, in primis per quanto riguarda le bonifiche ambientali nell’area, indispensabili per qualsiasi rilancio del territorio. Come noto, allo scopo sono stati individuate risorse per 50 milioni di euro, ma delle bonifiche ancora non c’è traccia.

Come ricordato oggi dall’Arpat, il Sin (Sito d’interesse nazionale) di Piombino, istituito con la L. 426/98, conta complessivamente 928,4 ettari a terra e 2.015 ettari a mare da bonificare. Complessivamente sono presenti in queste aree «31 siti di cui 4 a mare: di questi 14 sono di pertinenza pubblica ed i rimanenti di pertinenza privata». Il Sin di Piombino, sottolinea l’Arpat, è «oggetto di un Accordo di Programma ai sensi dell’art.252-bis del D.Lgs. 152/06 stipulato il 30 giugno 2015 che ha affidato alla società Invitalia l’incarico della progettazione della messa in sicurezza operativa della falda sospesa, localizzata nei riporti, da realizzare nelle aree di proprietà ed in concessione demaniale della Società AFERPI S.p.A». Dopo due anni, a che punto siamo? «Nel corso del 2017 dovrebbe partire una campagna di monitoraggio della falda al fine di aggiornare i dati ambientali per la progettazione degli interventi di Messa in Sicurezza Operativa della falda». Nel frattempo il tempo passa, l’inquinamento rimane e il lavoro che le bonifiche potrebbero offrire non arriva.