Presentato oggi a Roma il Waste strategy annual report 2017

A che punto è (e dove sta andando) la gestione e valorizzazione dei rifiuti urbani in Italia?

Urgente una Strategia e un’Autorità nazionali per la regolazione del settore, investimenti in impianti e un adeguato piano di comunicazione: se non si sa neanche spiegare, l’economia circolare di certo non si raggiunge

[21 novembre 2017]

Quello della gestione dei rifiuti urbani e il loro successivo avvio a recupero nel nostro Paese è un mondo frammentato, impreparato a cogliere appieno gli obiettivi europei che il Pacchetto normativo sull’economia circolare (anch’esso proposto ormai da quasi due anni ma non ancora approvato) imporrà di raggiungere entro 13 anni a meno che non si inauguri al più presto una Strategia nazionale per i rifiuti, bussola per tutti gli operatori di settore attivi sul suolo nazionale.

Presentando oggi a Roma il Waste strategy annual report 2017 (disponibile in allegato, ndr) elaborato da Althesys, l’economista Alessandro Marangoni avverte infatti che «il settore italiano della gestione dei rifiuti urbani sta attraversando una delicata fase di transizione, caratterizzata dalla crescita dei player industriali e dal persistere di criticità nel quadro normativo e di governance. Serve una strategia che –  oltre a prevedere stabilità normativa, un’Autorità di regolazione indipendente e un adeguato piano infrastrutturale – richiede uno sforzo notevole su più fronti: un forte aumento della quantità e qualità della raccolta differenziata e del riciclo, consistenti investimenti in nuova capacità di termovalorizzazione, di trattamento dell’organico e di valorizzazione delle matrici riciclabili. Il tutto favorendo l’industrializzazione del settore, agevolando i processi di aggregazione e creando le condizioni per finanziare gli investimenti».

Il rapporto esamina l’attuale scenario competitivo, considerando i 100 maggiori player (che nel 2016 hanno investito 349,1 milioni di euro) della raccolta dei rifiuti urbani: da un lato cresce il peso delle grandi multiutility (da cui proviene il 47,5% degli investimenti di cui sopra), mentre, dall’altro, permane una marcata frammentazione con una miriade di piccoli operatori. Squilibrata anche la ripartizione territoriale degli investimenti: in crescita al 71,5% nelle Regioni del Nord (erano al 66,2% nel 2015), in forte calo al Centro (15% rispetto al 22% del 2015) e una situazione sostanzialmente invariata al Sud (5,1%). Secondo il Was report «le aggregazioni territoriali di più gestori dei servizi di raccolta e smalti-mento sono fondamentali per poter raggiungere le dimensioni necessarie per ottenere economie di scala, investire negli impianti e ottimizzare i costi e la qualità del servizio. Questa strategia risponde, d’altra parte, alla prescrizione di ambiti territoriali ottimali. Significativa, in questo senso, è l’esperienza della Regione Toscana, che porterà una volta a regime ad avere un unico operatore per ognuno dei tre Ato».

Anche l’esame dei principali player nel settore della selezione e avvio a recupero dei rifiuti raccolti delinea «un comparto piuttosto frammentato, disomogeneo, dai confini incerti e in evoluzione», dove però si procede verso una progressiva concentrazione dei soggetti industriali – grazie anche alle strategie di integrazione lungo la value chain delle grandi multiutility, che stanno acquisendo aziende specializzate del comparto.

Senza dimenticare che «la capacità impiantistica nazionale dovrà rafforzarsi e modificarsi nella sua composizione» in quanto la crescita della raccolta differenziata «richiederà capacità di trattamento dei suoi scarti», nel complesso dei due segmenti – raccolta e selezione – il settore rifiuti nel 2016 vale già  9,6 miliardi di euro di valore della produzione e oltre 200 imprese. Con quali prospettive al 2030? Secondo il rapporto firmato Althesys ad oggi permangono «declinazioni territoriali troppo spesso diverse sotto molteplici profili: i modelli industriali, i perimetri regolati e i sistemi di affidamento», una frammentazione che può essere superata – in modo da favorire più investimenti e migliori performance ambientali – solo con un’adeguata regia nazionale, anche perché il mercato sta già facendo da sé le sue mosse: «La tendenza ad integrare la fase di raccolta con quella di valorizzazione dei materiali da RD, si conferma come uno dei driver della trasformazione in atto e che proseguirà nei prossimi anni».Nel complesso sono state censite 114 aziende, per un valore della produzione totale di circa 2,18 miliardi di euro. Si tratta principalmente di piccole e medie imprese private. Il valore della produzione medio nel 2016 è intorno ai 19,1 milioni di euro e solo per il 6,1% delle aziende è superiore ai 50 milioni. La maggior parte degli operatori (59%) è localizzato nel Nord Italia, il 24% nel Centro e solo il 17% nel Sud.

Sotto il profilo normativo è attesa l’approvazione del Pacchetto europeo sull’economia circolare, ma nel frattempo «Italia non si sono avuti significativi passi avanti nella normativa generale sui servizi pubblici locali e sui rifiuti». Cogliere i target Ue «richiede uno sforzo notevole su più fronti: un forte aumento della quantità e qualità della RD e del riciclo, consistenti investimenti in nuova capacità di termovalorizzazione, di trattamento dell’organico e di valorizzazione delle matrici riciclabili. Serve soprattutto una capacità di pianificazione strategica che finora è mancata all’Italia. In sintesi, è necessario disegnare una strategia nazionale di medio periodo».

I principali punti proposti nel Was report passano dalla costituzione di un’Autorità nazionale indipendente di regolazione del settore «con l’obiettivo di fissare indirizzi uniformi nel Paese non soltanto nell’area regolata, propria dei servizi pubblici locali, ma nel più ampio ambito della valorizzazione dei rifiuti, costituendo altresì un unico punto di riferimento nazionale per tutti gli operatori»; dalla stabilità normativa per sciogliere «i nodi che da anni rendono incerto il quadro delle regole e dare stabilità pluriennale e strategica agli operatori»; dal supporto ai processi di aggregazione, in quanto «la creazione di imprese di dimensioni industriali può contribuire a realizzare gli investimenti necessari»; la redazione di un «Piano impiantistico nazionale, con regole chiare e unitarie per favorire gli investimenti in impianti nelle realtà del Paese ancora in ritardo», elaborare indirizzi nazionali per puntare a una «raccolta differenziata di qualità» e infine – non ultimo per importanza – elaborare un «Piano di comunicazione sul ciclo dei rifiuti», declinato in una «campagna nazionale di informazione, di formazione a livello locale e di confronto sociale sull’intero ciclo dei rifiuti per mostrare le complessità tecniche e industriali, gli obiettivi, i rischi dell’inazione e i benefici di soluzioni adeguate». Per incontrare il favore dei cittadini nella necessaria transizione a un’economia circolare è necessario infatti renderli partecipi, dando loro gli strumenti adeguati per valutare la necessità di impianti industriali sul territorio o, ad esempio, l’importanza di una raccolta differenziata di qualità.