Può l’economia essere allo stesso tempo circolare e a basso contenuto di carbonio?

Una delle più importanti sfide si gioca nel settore dei beni durevoli che necessitano di molta energia nella fase di utilizzo, come le automobili o gli elettrodomestici

[10 marzo 2017]

Le parole d’ordine ‘europee’ per lo sviluppo sostenibile sono cambiate negli ultimi anni. Nel Rapporto sullo Stato dell’Ambiente (State of the Environment Report) pubblicato nel 1995 dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’attenzione era concentrata sulla riduzione dei danni alla saluta umana e agli ecosistemi derivanti dall’inquinamento di aria, acqua e terra. Negli stessi anni, le politiche ambientali messe in atto dalla Commissione Europea e dagli stati membri erano principalmente finalizzate a limitare gli scarti inquinanti derivanti dalle attività di consumo e produzione. I singoli inquinanti (ad esempio, ossidi di zolfo, ossidi di azoto, metalli pesanti, ecc) erano generalmente sottoposti a una specifica regolamentazione finalizzata alla riduzione delle emissioni dello specifico inquinante.

Oggi le parole d’ordine sono cambiate. Il fulcro della strategia per lo sviluppo sostenibile è ora identificato nella transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio (Low-Carbon Economy) e circolare (Circular Economy).

Con la Comunicazione “Una tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050” (8 marzo 2011), la Commissione Europea ha delineato la strategia dell’Unione Europea per la lotta globale ai cambiamenti climatici. Al centro della strategia Europea ci sono obiettivi per una drastica riduzione delle emissioni di gas serra, con obiettivi specifici da raggiungere entro il 2030 e il 2050, con l’esplicito riferimento alla compatibilità di tali obiettivi con il mantenimento della competitività dell’economia europea.

Il riferimento fondamentale per quanto riguarda l’economia circolare è invece la Comunicazione della Commissione Europea “L’anello mancante – Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare” (2 dicembre 2015). La strategia per la transizione a un’economia circolare si pone l’obiettivo di mantenere il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse il più a lungo possibile all’interno del sistema economico, attraverso un allungamento della vita utile dei prodotti e un design che consenta un facile riuso e riciclaggio dei materiali. Principali conseguenze di tale obiettivo sono la minimizzazione della produzione di rifiuti e il miglioramento dell’efficienza nell’uso delle risorse. Anche in questo caso, la Commissione ha enfatizzato l’importanza di mantenere la competitività dell’economia europea e ha evidenziato i potenziali vantaggi economici di un’economia circolare.

Nel testo della strategia per l’economia circolare sono esplicitamente messi in evidenza i possibili contributi di un’economia circolare alla riduzione delle emissione di gas serra. L’economia circolare, allungando la vita utile dei prodotti e aumentando il riuso e riciclo riduce in maniera sostanziale l’utilizzo di energia (e le corrispondenti emissioni di CO2) per l’estrazione di materiali vergini e per la manifattura dei beni la cui vita utile è ora allungata.

Come anticipato in precedenza, però, oltre a importanti sinergie tra economia circolare e riduzione delle emissioni di gas serra, i potenziali conflitti tra economia circolare e economia a basso contenuto di carbonio sono stati spesso ignorati.

Il principale conflitto riguarda il settore dei beni durevoli che necessitano di molta energia nella fase di utilizzo: automobili, elettrodomestici, dispositivi elettronici. L’applicazione di principi di ‘circolarità’ implica un allungamento della vita utile di questi prodotti. Un allungamento della vita utile ha due conseguenze in termini di emissioni di gas serra. Da un lato, l’uso di energia (e le corrispondenti emissioni di CO2) utilizzata per la produzione di un bene durevole si riduce dato che i consumatori sostituiranno meno spesso il bene durevole in questione. Dall’altro, l’efficienza energetica nella fase di ‘utilizzo’ dei beni durevoli migliora rapidamente grazie al cambiamento tecnologico.

Per fare un esempio, le emissioni di CO2 per chilometro percorso delle nuove automobili vendute in un determinato anno si sono ridotte in media del 20% tra il 2007 e il 2013 nei paesi dell’Unione Europea (fonte: Agenzia Europea dell’Ambiente), mentre il consumo di elettricità per anno dei frigoriferi posseduti dalle famiglie italiane si è ridotto nel periodo del 18% (fonte: Enerdata). Un rallentamento del tasso di ‘rinnovamento’ dei beni durevoli implica quindi un sostanziale aumento dell’uso di energia per l’utilizzo di tali beni e quindi un aumento delle emissioni di CO2. In questi e molti altri casi, soprattutto quando l’energia consumata nella fase di produzione del bene durevole rappresenta una parte relativamente piccola rispetto al consumo di energia nella fase di utilizzo del bene, un allungamento della vita utile del prodotto può comportare un aumento netto delle emissioni di CO2.

Una delle più importanti sfide dell’economia circolare è quindi quella di conciliare la chiusura del ciclo dei materiali e l’allungamento della vita utile dei prodotti con la possibilità di approfittare dei rapidi miglioramenti nell’efficienza energetica e ambientale nella fase di ‘utilizzo’ dei prodotti stessi.