Utile ridurre il costo del lavoro, ma investimenti (pubblici) e innovazione sono una strategia migliore

Quale patto sulle tasse? La politica fiscale che serve al Paese è quella ambientale

Le imposte sul carbonio, e non solo, sarebbero molto utili allo sviluppo

[20 luglio 2015]

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Si sono recentemente svolti due importanti eventi sulla politica ambientale europea: la conferenza finale del progetto FP7 CECILIA2050 e un simposio a Milano dentro la International conference on public policy su ‘ecological tax reforms and employment’. I principali temi trattati sono stati i due possibili pilastri della politica ambientale europea: l’attuale sviluppo dell’emission trading nato nel 2005 e l’estensione delle esperienze di tasse ecologiche (sul carbonio) a tutti i paesi europei, dopo che i paesi nordici – e ora la Francia – hanno introdotto sistemi di tassazione della CO2.

Si nota la stretta integrazione tra politiche ambientali e politica macroeconomica più ampia. Se è vero che l’attuale sistema di scambio delle quote è in fase di stallo, occorre dire che (i) il prezzo è ‘basso’ ma è stabile da mesi a 7€ per tonnellata, (ii) le quote in eccesso dipendono sì dalla recessione, che ha fatto crollare la domanda, ma anche dalla attuale stagnazione europea, determinata da politiche macroeconomiche che sbagliano diagnosi e cura.

Con un PIL europeo che cresce con fatica di 1,4% (vs USA 3% e UK 2.6%), e disoccupazione all’11% in Europa rispetto al 5-6% nel mondo anglosassone, servirebbe una politica fiscale dei governi di spesa e non austerità/risparmio (Germania in primis): ciò che han fatto i ben più Keynesiani USA, Giappone e anche UK, per certi versi. Con un PIL più elevato anche il prezzo della CO2 aumenterebbe e questo potrebbe stimolare l’innovazione ambientale. In ogni caso, la riduzione tendenziale delle quote concesse di emissione cala ora di 1,7% all’anno e diventerà di 2,2% all’anno dal 2021: minore offerta e un po’ più di crescita porteranno a prezzi della CO2 maggiori, e quindi a ulteriore maggiore incentivo a risparmiare CO2.

Importante sarà la gestione del gettito fiscale derivante dalla crescente quota di quote concesse via asta. Già oggi il gettito è di alcuni miliardi di euro in Europa, e crescerà. I governi hanno competenza su questo tema, come sull’uso del gettito di nuove tasse sul carbonio. In Italia, a differenza della Francia, che è alla fine riuscita ad imitare i paesi scandinavi, la proposta di una tassa sul carbonio si è nuovamente arenata nel fallimento della delega fiscale. Non è la prima volta. Il nostro Paese avrebbe bisogno di trovare risorse per almeno due obiettivi sempre legati alle riforme fiscali ecologiche: (i) finanziare innovazione e formazione, ricordando che la nostra spesa in R&S pubblica e privata dista ancora più di 1,5 punti di PIL dall’obiettivo dell’agenda di Lisbona (3%), (ii) finanziare riduzioni del costo del lavoro, con uno spostamento di tassazione da lavoro a inquinamento.

Occorre ricordare ai policy makers che se è utile ridurre il costo del lavoro in una fase di alta disoccupazione, il lavoro – secondo l’analisi economica – cresce più a causa di maggiore crescita ed aspettative che ‘grazie’ a riduzione del suo ‘costo’. Occorre quindi rilanciare la crescita con investimenti, soprattutto pubblici, usando soprattutto fondi del bilancio europeo, guidati dai paesi con meno debito (paesi nordici). Questa sarebbe un’efficace solidarietà economica volta a far ripartire tutta l’economia europea. Si potrebbero anche usare i proventi delle tasse ambientali per finanziare progetti ed infrastrutture sostenibili, o spesa pubblica in R&S e innovazione, vero motore della nostra conoscenza e sviluppo.

In sintesi, possiamo affermare che le tasse sul carbonio sarebbero molto utili allo sviluppo: occorrerebbe usare di più la leva pubblica in questo momento, soprattutto sul capitolo spesa in conoscenza e ricerca[1]; ridurre il costo del lavoro può essere utile ma non è la medicina principale da usare per ricostruire una crescita economica e costruire le basi di uno sviluppo sostenibile.

Tornando all’integrazione tra politica ambientale e la più ampia politica economica, possiamo dire, in un ‘tweet’, che se da un lato la politica ambientale europea sta evolvendo – con qualche normale problema da aggiustare (es. ETS, troppi sussidi) – lungo un percorso credibilmente orientato verso un’economia verde e circolare, fissando target ambiziosi, la politica macroeconomica fiscale sta fallendo, da anni, una corretta adozione di pratiche. La teoria economica e l’esperienza storica è chiara: per ridurre la disoccupazione e porre le basi di sviluppo futuro occorre usare la leva fiscale pubblica ed investire in innovazione.

La politica fiscale ambientale può addirittura ‘correggere’ ed aiutare gli errori attuali della politica economica europea: (i) l’aumento indotto dei prezzi dei beni ad alto consumo di carbonio (via tasse e/o ETS), provoca un aumento dell’inflazione, solitamente citato a critica delle tasse verdi; in questo momento storico curerebbe il male della deflazione europea, e aiuterebbe a ridurre i debiti degli stati[2], (ii) tasse ambientali reinvestite in innovazione sono una manovra con potenziali impatti espansivi sul PIL; (iii) in un momento dove il principale problema europeo è lo squilibrio di conti esteri (Olanda e Germania con surplus eccessivi!) e il saldo export-import europeo è ampiamente positivo, anche se la politica ambientale generasse un calo di competitività (e potrebbe nel lungo periodo accadere il contrario…[3]), non sarebbe un problema. Ricordando, a venti anni dalla morte di Alexander Langer, avvenuto poco prima del genocidio di Srebenica, come il fine ultimo della politica ambientale sia comunque la ‘conversione ecologica’ dell’economia, la riduzione degli impatti ambientali. In aggiunta, la politica ambientale può contribuire allo ‘sviluppo’, o al ‘progresso’ del sistema socio-economico[4].

[1] Si veda la recensione sul Domenicale del Sole 24 ore sul nuovo libro di Mariana Mazzucato del 12/7/2015.

[2] Storicamente i debiti elevate sono stati ridotti da politiche espansive ed inflattive, non da austerità deflattiva, che tende anche a ridurre il PIL e quindi ad aumentare il rapporto debito /PIL (vedi casi Greco e Italiano 2009-2015).

[3] Costantini V Mazzanti M. 2012, On the green side of Trade competitiveness? Research Policy

[4] https://www.youtube.com/watch?v=bQ-JB7pEYtY.

Videogallery

  • Pier Paolo Pasolini, differenza tra sviluppo e progresso