Quale Piano regionale per i rifiuti toscani?

Secondo Legambiente «un nuovo Piano, avanzato, innovativo, lungimirante è proprio ciò che ci vuole»

[28 aprile 2017]

La maggioranza del Consiglio regionale della Toscana ha approvato – come riportavamo ieri su queste pagine – una mozione, avanzata da Sì – Sinistra italiana, nella quale si sostiene la necessità di avviare le procedure per un nuovo Prb, il Piano regionale di gestione dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati. Il testo sottoposto a voto ha lo scopo dichiarato di «sbloccare la situazione», come osservato dal capogruppo Tommaso Fattori, ma non dà indirizzi precisi sulla direzione da intraprendere; il sostegno però è arrivato bipartisan. «Pur essendo assenti indirizzi, il merito è condivisibile», ha dichiarato il presidente della commissione Ambiente Stefano Baccelli (Pd).

Sostegno che si estende oggi anche a Legambiente Toscana, che plaude all’iniziativa di Sinistra italiana: «Non è esatto dire che il Piano in vigore ponesse obiettivi irraggiungibili al 2020, ma piuttosto riteniamo che gli strumenti necessari per traguardare quegli obiettivi non fossero i più adeguati – dichiarano Fausto Ferruzza e Mariarita Cecchini, rispettivamente presidente e responsabile del settore rifiuti del Cigno verde regionale – Cominciare con il mettere in discussione gli impianti in programma, ammettere che l’eccedenza di infrastrutture di trattamento dei residui indifferenziati è un aspetto centrale, ed esige una concentrazione di sforzi per prevenire, ridurre, riciclare, che auspichiamo siano posti al centro del nuovo Piano. Manca infine colpevolmente, nel Piano vigente, la promozione del riutilizzo dell’acqua, altra risorsa preziosa troppo spesso trascurata. Se vogliamo stare dentro i nuovi paradigmi dell’economia circolare, dobbiamo adeguare i nostri strumenti: un nuovo Piano, avanzato, innovativo, lungimirante è proprio ciò che ci vuole».

Il richiamo ai «paradigmi dell’economia circolare» guarda alla politica europea, con il relativo pacchetto normativo che attende l’ultimo via libera da Bruxelles. Proprio nel cuore dell’Europa pochi giorni fa il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti, avvertiva: «Non è più procrastinabile la revisione della nostra legislazione in materia, ancora oggi inadeguata e contraddittoria».

Evitare dunque di incrementare il già ciclopico caos normativo che attanaglia ogni aspetto di una virtuosa gestione dei rifiuti è il primo passo – ad ogni livello di governo – per inserire nella giusta prospettiva le politiche necessarie all’economia circolare.

Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti urbani – ricordando gli i rifiuti speciali sono 4 volte tanti –, è utile ricapitolare gli obiettivi del Prb attualmente in vigore, che indicano per il 2020: una prevenzione della formazione dei rifiuti (con una riduzione dell’intensità di produzione dei rifiuti pro capite da un minimo di 20 kg/ab ad almeno 50 kg/ab); una raccolta differenziata dei rifiuti urbani al 70%; un riciclo effettivo degli stessi al 60%; un recupero energetico dei rifiuti urbani al 20%; ridurre i conferimenti in discarica per i rifiuti urbani al 10% massimo. Obiettivi ambiziosi quando furono individuati, ma ancora ben lontani dall’essere raggiunti nonostante al 2020 manchino 3 anni.

Anche la proposta approvata dall’Europarlamento sembra muovere nella stessa direzione: avanza infatti obiettivi più ambiziosi di quella toscana (avvio al riciclo del 70% dei rifiuti urbani e conferimenti in discarica, sempre dei rifiuti urbani, al 5%), ma traguardati al 2030, ovvero 10 anni oltre l’orizzonte dell’attuale Prb. Nella proposta europea non sono inquadrati specifici obiettivi per il recupero di energia da rifiuti, ma – come nel caso toscano – la Commissione Ue ha dedicato nel gennaio 2017 una specifica comunicazione agli Stati membri sul «ruolo dei processi “dai rifiuti all’energia” nell’economia circolare», con la volontà di «massimizzare i benefici di questa piccola ma innovativa componente del mix energetico nazionale» offrendo «orientamenti per trovare il giusto equilibrio nelle capacità di termovalorizzazione, mettendo in luce il ruolo della gerarchia dei rifiuti che classifica le opzioni di gestione dei rifiuti in funzione della loro sostenibilità e assegna assoluta priorità alla prevenzione e al riciclaggio». In concreto, nel caso italiano come in quello toscano, significa aumentare il recupero di energia dai rifiuti urbani: se l’attuale Prb toscano spera di arrivare al 20% nel 2020, l’Ue è già oggi al 27% (con picchi del 50%, come in Svezia).

Com’è evidente, la cronica mancanza di impianti industriali per la corretta gestione del ciclo integrato dei rifiuti pesa ancora in ogni ambito delle priorità: riciclo e recupero energetico. Con il paradosso ulteriore che vede da una parte incentivi alla termovalorizzazione, dall’altra nessun sostegno al riciclo: «L’aumento del riciclo – osserva anche Legambiente Toscana – è spesso ostacolato dall’incapacità amministrativa, dalla mancanza di investimenti nelle infrastrutture per il riciclaggio e dal ricorso insufficiente a strumenti economici di incentivazione delle filiere industriali delle materie prime seconde».

E per quanto riguarda invece i rifiuti speciali, che in Toscana arrivano a circa 10 milioni di tonnellate l’anno (mentre i rifiuti urbani non arrivano a 2,3 milioni di tonnellate/anno)? Vale ancora l’amara riflessione riportata su greenreport nel 2011 – ovvero, prima dell’approvazione dell’attuale Prb – dall’allora direttore generale Arpat, Giovanni Barca: «Penso che sia un processo di rimozione del problema misto a furberia ed ignoranza. Dal 1999 la Regione Toscana ha un piano poco attuato per la gestione dei rifiuti speciali. Il Parlamento in modo ricorrente ha istituito commissioni speciali di vigilanza: il problema è stato ampiamente esaminato ed è ormai noto. La sintesi è che vanno migliorati i cicli produttivi e realizzati impianti, ma per far questo ci sarebbe bisogno di una società più matura che sappia farsi carico dei propri problemi».