Inceppati i meccanismi della crescita: il Pil del mondo salirà del 3,4%, ma aumenteranno anche i senza lavoro

Quale ripresa? Per l’agenzia Onu sul lavoro nel 2016 avremo 2,3 milioni di disoccupati in più

Nel nostro Paese a fine anno saranno 3 milioni. Globe Italia: «Lotta ai cambiamenti climatici vale + 1,5% del Pil»

[21 gennaio 2016]

lavoro jobs act

Alla fine di quest’anno, nel mondo si conteranno 2,3 milioni di disoccupati in più; una tendenza che non si fermerà nel 2017, quando saranno lasciate a terra altre 1,1 milioni di persone, fino ad arrivare a 200,5 milioni di disoccupati. Ad affermarlo è la massima autorità mondiale in fatto di lavoro, l’Ilo – l’ International labour organization dell’Onu –, che ha appena pubblicato il suo ultimo World employment and social outlook.

Nei tumulti che in questi giorni sono tornati a scuotere le Borse di tutto il mondo, ballano i timori sulla crescita economica e la magra stabilità finanziaria che sembrava riconquistata; i dati sul lavoro passano in secondo piano. Eppure è lampante come proprio qui si annidino molte delle crescenti incongruenze che caratterizzano il nostro modello si sviluppo. Il Fondo monetario internazionale, che due giorni fa ha rivisto il suo World economic outlook, ha limato al ribasso le sue previsioni per la crescita economica globale: sarà del 3,4% quest’anno e del 3,6%. Modesta – stellare, per gli attuali parametri italiani –, ma comunque positiva. Soprassedendo sui marchiani errori di analisi che caratterizzano da sempre le previsioni economiche di questo tipo, a stupire maggiormente è come non scattino allarmi di fronte a due tendenze divergenti: il Pil del mondo crescerà del 3,4% nel 2016, e i disoccupati aumenteranno di 2,3 milioni. Stessa storia nell’anno seguente. Perché?

«Il rallentamento significativo delle economie emergenti, insieme alla forte diminuzione del prezzo delle materie prime, sta avendo effetti drammatici sul mondo del lavoro – spiega Guy Ryder, direttore generale dell’Ilo – Un grande numero di lavoratrici e di lavoratori si trovano a dover accettare  lavori a bassa retribuzione, non solo nelle economie emergenti e in via di sviluppo, ma sempre più frequentemente anche nei paesi industrializzati. Nonostante sia diminuito il numero dei disoccupati in alcuni paesi dell’Unione Europea  negli Stati Uniti, sono sempre troppo numerose le persone ancora senza lavoro. Dobbiamo prendere provvedimenti urgenti per rilanciare le opportunità di lavoro dignitoso. Altrimenti rischiamo che s’intensifichino le tensioni sociali».

Come tengono a sottolineare dall’Ilo, non è saggio fare di tutta l’erba un fascio annegando in un unico dato – che riguardi il Pil o la disoccupazione – le differenti tendenze economiche in corso nei vari angoli del mondo. Dopo anni di crescita, oggi le economie emergenti tornano ad essere nel mirino: «In particolare in Brasile, in Cina e nei paesi produttori di petrolio». Nei paesi industrializzati, invece, «il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,1 per cento nel 2014 al 6,7 per cento nel 2015. In molti casi, tuttavia, tali miglioramenti non sono stati sufficienti a eliminare il divario occupazionale indotto dalla crisi finanziaria mondiale».

Un quadro che si rispecchia anche nella situazione italiana. Nel nostro Paese il Quantitative easing della Bce, il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e la diminuzione del prezzo dell’energia (nel rapporto dell’Ilo non ci sono cenni al Jobs Act di renziana memoria) hanno riportato il segno più a una pur magra crescita del Pil (dello 0,9% nel 2015) e a una diminuzione della disoccupazione, dal 12,7% del 2014 al 12,1% del 2015. Secondo le previsioni dell’Ilo, di questo passo nel 2016 la disoccupazione calerà solo dello 0,1%, e nel 2017 conteremo ancora 2,9 milioni di disoccupati. Numeri che oltretutto, come sappiamo, restituiscono uno spaccato parziale del contesto italiano: la più efficace definizione di cittadini a rischio povertà ammonta, secondo l’Istat, al 19,4% della popolazione totale. Ad aumentare drammaticamente, come sottolinea poi l’ultimo rapporto Oxfam sul tema, è l’aumento delle disuguaglianze economiche: Italia l’1% più facoltoso possiede il 23,4% di ricchezza nazionale netta.

Un problema, questo, che però non riguarda certo solo il nostro Paese. In Europa, sottolinea l’Ilo, quasi la metà dei disoccupati sono a rischio povertà. In molti paesi europei, la ripresa dell’occupazione è andata a scapito della qualità, con la creazione di nuovi posti di lavoro concentrata in buona parte in forme di occupazione non standard (come il lavoro occasionale e a tempo parziale). «Il contesto economico instabile, la volatilità dei flussi di capitali, i mercati finanziari ancora malfunzionanti e la debole domanda globale – commenta Raymond Torres, direttore del dipartimento della Ricerca dell’Ilo – continuano a pesare sulle imprese e a scoraggiare gli investimenti e la creazione di posti di lavoro. I responsabili delle decisioni politiche devono concentrarsi maggiormente sul rafforzamento delle politiche dell’impiego e la riduzione delle eccessive disuguaglianze».

Per l’Italia, come tornare dunque a uno sviluppo sostenibile? Le possibilità d’investimento offerte dalla green economy sono innumerevoli. Un esempio: secondo Carlo Carraro dell’università Ca’ Foscari di Venezia (e vice presidente del working group III Ipcc), intervenuto oggi a Montecitorio durante l’iniziativa “Il clima dopo Parigi. Le politiche dell’Italia verso la decarbonizzazione”, organizzata dall’intergruppo parlamentare per il clima Globe Italia, la lotta al cambiamento climatico può valere un punto e mezzo di crescita del Pil italiano.

«Le politiche per il controllo dei cambiamenti climatici non solo producono un beneficio diretto perché evitano o riducono i danni ai nostri sistemi produttivi, soprattutto nel turismo e nell’agricoltura, non solo evitano importanti impatti negativi sulla salute umana, ma chiamano investimenti che saranno da ulteriore volano di crescita economica per il nostro paese – ha spiegato nel suo intervento Carraro – Gli investimenti addizionali annui in mitigazione e adattamento sono dell’ordine dei 9 miliardi, soprattutto nel settore privato, con un effetto di crescita pari a circa un punto di Pil. A questo si aggiunge l’effetto dei danni evitati, stimabile in circa mezzo punto di Pil all’anno». Investimenti che porterebbero buona occupazione, e a trarne vantaggio sarebbero anche il sistema economico e le aziende private, oltre che la salute dei cittadini e dell’ambiente; la cronaca racconta però altro, con un governo intento a fare marce indietro sulle trivellazioni petrolifere solo di fronte allo spauracchio di un referendum.

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