Eurostat, l'Italia rimane penultima in Ue per incremento del Prodotto interno lordo

Quale sviluppo dietro la crescita del Pil italiano?

Riduzione delle disuguaglianze, lotta alla disoccupazione tecnologica e consumi verdi. Dall’ex capo economista della Banca mondiale un disegno politico utile anche per il nostro Paese

[17 agosto 2017]

L’Istat ha aggiornato i dati sull’andamento del Prodotto interno lordo italiano, confermando una crescita economica che non si vedeva da tempo a queste latitudini: il Pil risale ormai da dieci trimestri di fila, e anche nell’ultimo ha segnato un +0,4% sul precedente. Continuando a questo ritmo a fine anno il Pil potrebbe aver guadagnato una crescita dell’1,5%, più alta rispetto a quella prudenzialmente calcolata dal governo nell’ultimo Def (+1,1%).

Vengono così capovolte le previsioni che l’anno scorso, di questi tempi, vedevano l’economia del Paese in picchiata in caso di vittoria del No alla riforma costituzionale lo scorso 4 dicembre. Secondo Confindustria il Pil sarebbe dovuto addirittura crollare dello 0,7%, mentre l’allora premier Matteo Renzi scriveva, tirando la volata referendaria: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread». È andata al contrario, col referendum bocciato e il Pil comunque in salita. In ogni caso, le forze politiche al governo colgono l’occasione per brindare: «I risultati arrivano, il tempo è davvero galantuomo», ha dichiarato il leader del Pd, sempre Matteo Renzi.

In realtà, l’Italia mostra di saper approfittare meno di tutti gli altri Paesi europei – salvo il Belgio – della congiuntura economica favorevole. Come informa Eurostat, infatti, se la crescita tendenziale del Pil italiano è a +1,5%, quella media nell’Ue a 28 è al 2,3% (quella svedese, per dire, è al 3,9%).

Rimane comunque indubitabile che una crescita del Pil sopra le attese costituisca una sorpresa favorevole per il nostro Paese, con segnali incoraggianti che sembrano arrivare finalmente dal comparto manifatturiero, indispensabile per (ri)creare posti di lavoro di qualità, ancora ben lungi da essere recuperati in modo soddisfacente. La domanda di fondo è semmai: si tratta di sviluppo sostenibile?

Secondo il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, sì. «Le strategie che sono state attuate per sostenere l’economia e l’occupazione stanno dando i risultati attesi – commenta Galletti –  l’Italia sta riacquistando il posto che le compete sui mercati anche grazie alla forte spinta della green economy che vuol dire innovazione, tecnologie del futuro, efficienza energetica. Avanti allora, nella consapevolezza che siamo ripartiti ma che dobbiamo insistere con impegno e tenacia».

In realtà, nei dati Istat non ci sono numeri che possano confermare o smentire la posizione del ministro. L’ultimo rapporto GreenItaly spiega che nel 2016 il 44,5% della domanda complessiva di lavoratori non stagionali, in Italia, è arrivata da comparti – soprattutto manifatturieri – afferibili alla green economy, ma al contempo è chiaro che l’attenzione rivolta dalle istituzioni nazionali alla crescita della green economy non è delle più alte rispetto al contesto internazionale. Guardando all’andamento dell’occupazione legata alle energie rinnovabili, ad esempio, si osserva come nel mondo questa sia cresciuta del 37% negli ultimi 5 anni; gli stessi durante i quali in Italia è calata del 20%, non da ultimo a causa di un quadro normativo e di orizzonti politici incoerenti.

Si tratta di errori grossolani che non possiamo più permetterci. Secondo l’ex capo economista della Banca mondiale, Kaushik Basu, nonostante le difficoltà del nostro tempo il mondo conserva ancora possibilità di crescita che i nostri avi neanche si sognavano: l’attuale crescita del Pil globale del 3% annuo può apparire deludente, ma dal 1500 al 1820 è stata di appena lo 0,32% e – sulla spinta delle rivoluzioni industriali la crescita globale annua media è stata del 2,25% dal 1820 al 2003.

Oggi più che mai, il problema è quello di rendere semmai sostenibile lo sviluppo. Intervenendo nel merito su Project syndicate, Basu ha spiegato che – perché ciò avvenga – è necessario puntare su: lavori di qualità e creativi (ovvero quelli dove la disoccupazione tecnologica portata dall’avanzata delle macchine non sia devastante); un cambiamento nel modello dei consumi grazie «a incentivi giusti per assicurare che una grande parte della nostra ricchezza sia diretta a migliorare la salute e a raggiungere la sostenibilità ambientale»; lotta alla disuguaglianza grazie a una «ripartizione degli utili, con, ad esempio, il 15-20% dei profitti totali di un paese “posseduti” dalle classi lavoratrici». Al di là delle oscillanti percentuali di Pil, questo mostrato da Basu è un percorso politico, ancor prima che economico: la speranza è che anche la classe dirigente italiana sappia riconoscerne la necessità, prima che sia troppo tardi.

L. A.