Una percentuale che si è dimezzata dal 2010 al 2015, secondo i dati del governo

Quanto sborsa davvero lo Stato italiano per l’ambiente? «Lo 0,7% della propria spesa primaria»

Crollo verticale anche per gli investimenti pubblici con finalità ambientali, fermi a 4,3 miliardi di euro l’ultimo anno (-61% rispetto al 2010)

[18 maggio 2017]

Pubblicando il suo 25esimo Rapporto annuale, ieri l’Istat ha offerto una fotografia impietosa di un’Italia dove il progressivo allargarsi delle disuguaglianze tra i propri cittadini moltiplica le fratture sociali, con pesanti ricadute sulle possibilità di sviluppo (sostenibile) per l’intero Paese. A questa prospettiva è però indispensabile aggiungerne una seconda, volta a indagare quantità e qualità del capitale naturale posseduto dalla nazione: quella ricchezza “invisibile” che ci assicura ogni giorno acqua e aria pulite, cibo, materie prime, svago. Per recuperare la speranza in un futuro migliore è imprescindibile conoscere (per valorizzare) al meglio il presente.

Allo scopo arriva in aiuto il recentissimo rapporto sul capitale naturale italiano, pubblicato per la prima volta all’omonimo Comitato sotto il cappello del ministero dell’Ambiente. Sulle nostre pagine abbiamo già pubblicato una prima analisi del documento, individuando da una prima stima in 338 miliardi il valore del capitale naturale nazionale; stima certamente riduttiva, tenuto conto che dal capitale naturale dipende la vita stessa. Che cosa sta facendo dunque lo Stato italiano per tutelare e valorizzare questo inestimabile patrimonio?

«In generale – si spiega nel rapporto – le politiche pubbliche orientate al capitale naturale sono strettamente dipendenti dai livelli di spesa pubblica a sostegno dei programmi d’intervento». Non sono incoraggianti al proposito i dati raccolti nell’Ecorendiconto, redatti a cura della Ragioneria dello Stato: il volume della spesa primaria (massa spendibile) per l’ambiente «ha subito una drastica riduzione in soli 5 anni, passando da 8,3 Mld € del 2010 a 4,3 Mld € del 2015, toccando la quota minima dello 0,7% del totale della spesa primaria dello Stato», quando nel 2010 ammontava all’1,5%. Una percentualmente certamente infima, ma pur doppia di quella attuale.

«Ancora più preoccupante – aggiunge  il Comitato per il capitale naturale – è la riduzione della spesa in conto capitale (investimenti pubblici con finalità ambientali), che è passata da 6,7 Mld € del 2010 a soli 2,6 Mld € del 2015 (-61%)». Un crollo verticale su tutti i fronti.

Com’è possibile innestare la retromarcia? Tra le raccomandazioni contenute nel rapporto, che ricordiamo essere voluto in prima persona dal governo stesso, spicca sia il «rafforzamento delle attività di valutazione ambientale dei Sussidi economici previsti dalle politiche pubbliche settoriali» sia interventi in fatto di «fiscalità ambientale e altri strumenti economici».

Riguardo al primo punto si ricorda quanto emerso nel primo Catalogo dei sussidi dannosi e favorevoli all’ambiente, anch’esso pubblicato a cura del ministero dell’Ambiente: lo Stato spende ogni anno (almeno) 16,1 miliardi di euro per sussidiare attività ambientalmente dannose, più di quanto spenda per sostenere quelle che l’ambiente lo migliorano (15,7 miliardi di euro). Per quanti lamentano la mancanza di risorse da spendere a favore del nostro capitale naturale dovrebbe dunque essere chiaro da dover partire per racimolarle.

Esistono poi ulteriori possibilità d’intervento. «Nella perdurante situazione di crisi della finanza pubblica – si osserva nel rapporto – l’utilizzo di ulteriori strumenti finanziari innovativi, come i green bonds statali, può aiutare a supportare l’attivazione di un piano di rafforzamento degli investimenti pubblici destinati al Capitale Naturale, a partire da quelli riguardanti il ripristino della funzionalità degli ecosistemi, normalmente privi di fonti di entrata (che non si ripagano in senso strettamente finanziario, ma che comportano significativi benefici per la collettività). Un esempio pioneristico in questa direzione è dato dai green bonds francesi».

Senza dimenticare un ormai indispensabile – ma continuamente rinviato – riordino della fiscalità italiana, cui dedichiamo (qui) un approfondimento a parte, è doveroso infine «rafforzare, nel quadro della riforma del Codice dei contratti pubblici, le disposizioni riguardanti i criteri degli appalti di fornitura per il Green public procurement (Gpp), includendo nelle valutazioni di costo – secondo l’approccio di ciclo di vita del prodotto – anche i costi per la collettività associati ai consumi di risorse naturali e all’inquinamento».