Quanto vale la (in)felicità delle relazioni per il nostro benessere

Sabato a Firenze la conferenza “C’era una volta il futuro” apre un ciclo di convegni a tema

[14 gennaio 2015]

Negli ultimi 30 anni la felicità media degli americani è diminuita, come documentato da un insieme di indicatori del benessere della gente, dalla diffusione di malattie mentali – una vera epidemia negli Stati Uniti – alla felicità percepita  dagli individui. Questo fenomeno non è limitato però a un paese ricco e sazio, perché negli ultimi 20 anni la felicità è diminuita anche in Cina e in India. La sorpresa è evidente perché stiamo parlando dei più celebrati casi di successo economico nei paesi ricchi e in quelli in via di sviluppo, quei casi a cui tutti – paesi ricchi e poveri – vorrebbero assomigliare.

Ancora più sorprendente è che il motivo della diminuzione della felicità – lo scadimento delle relazioni affettive e sociali – sia simile tra questi paesi, pur tanto diversi tra loro. Le relazioni hanno infatti un impatto sulla felicità molto elevato rispetto ad altri fattori, come ad esempio quelli economici. Per gli Stati Uniti  è stato calcolato che un individuo che vive in solitudine, cioè è single ed è privo di contatti con amici, familiari e vicini, dovrebbe disporre di quasi un milione di dollari annui (circa 800.000 euro) in più di un altro che invece è sposato e frequenta amici, parenti e vicini per raggiungere il suo stesso livello di felicità. E ancora: gli individui che percepiscono gli altri come onesti e solidali tendono ad essere più felici di quelli che percepiscono il contrario, cioè disonestà e mancanza di solidarietà. Per questi ultimi il reddito familiare addizionale necessario per raggiungere la felicità dei primi è 135.000 dollari annui (circa 100.000 dollari è il valore della solidarietà e circa 35.000 dollari quello della onestà). In altre parole un individuo che percepisce di vivere tra gente disonesta e poco solidale necessita di 135.000dollari annui (quasi 10.000 euro al mese) in più di uno che percepisce il contrario, per raggiungere lo stesso livello di felicità.

Il problema è che è proprio la qualità delle relazioni che è venuta a mancare in Stati Uniti, Cina e India. Una serie di indicatori segnala un aumento della solitudine, delle difficoltà comunicative, della paura, del senso di isolamento, della diffidenza, della instabilità delle famiglie, delle fratture generazionali, una diminuzione della solidarietà e della onestà, del senso civico, della partecipazione alle reti sociali, un peggioramento del clima sociale. È il deterioramento delle relazioni la chiave comune del declino della felicità in paesi tanto diversi.

Questi risultati – basati su dati provenienti dalle più importanti banche dati sui fenomeni socio-economici come la General Social Survey e la World Values Survey – emergono da alcuni studi che saranno presentati alla conferenza internazionale C’era una volta il futuro, alla quale intervengono a Firenze il 17 gennaio studiosi di svariati settori disciplinari provenienti da tutto il mondo.

Il problema è che gli effetti positivi sul benessere della crescita economica sono stati più che compensati da un deterioramento delle relazioni tra le persone. È come se le relazioni sociali fossero passate dall’essere un fattore che contribuisce positivamente al benessere all’essere un fattore negativo, perché la gente è divenuta sempre più invidiosa e competitiva.

Questa non è però una conseguenza ineluttabile dello sviluppo economico, perché ci sono paesi che hanno avuto una crescita sostanziale negli ultimi decenni – come l’Europa occidentale tra i paesi ricchi o il Brasile tra quelli poveri – ma nei quali la felicità è cresciuta perché non si sono registrati fenomeni di disgregazione delle relazioni paragonabili a quelli americani, cinesi o indiani.  Il motivo di tale disgregazione è che in quest’ultimi paesi l’economia è stata basata su un modello iper-competitivo e su uno spettacolare aumento della diseguaglianza dei redditi. Questo non fa bene alle relazioni.

Come costruire un’ economia prospera che non abbia l’effetto collaterale di ridurre la società ad un deserto? Rispondere a questa domanda è proprio lo scopo della conferenza del 17 gennaio a cui sono stati invitati otto eminenti economisti, politologi, sociologi, psicologi da tutto il mondo. Essi spiegheranno come costruire un’ economia e una società sostenibili dal punto di vista delle relazioni proponendo una serie di riforme più o meno radicali nel campo della scuola, della sanità, della organizzazione urbana,  dei mezzi di comunicazione di massa e persino della democrazia.

Un’altra questione cruciale riguarda il benessere sul lavoro. Infatti il lavoro è divenuto una fonte di stress e malessere per schiere crescenti di persone. Questi problemi possono essere affrontati con cambiamenti profondi nell’organizzazione d’impresa, del lavoro e della economia che verranno delineati in tre successivi convegni: Organizzazione di impresa, democrazia economica e benessere sul lavoro (24/01/2015), Biodiversità e forme di impresa (30/01/2015), Economia civile e felicità pubblica (31/01/2015); queste conferenze sono promosse dalla Regione Toscana, da Toscana Promozione, dal Polo Lionello Bonfanti-E.diC.s.p.a. e dalla Università di Siena, in  collaborazione con le Università di Firenze e Pisa.

di Stefano Bartolini, economista all’università di Siena