Da due ricercatrici italiane l'analisi della terziarizzazione in corso nel manifatturiero

Quei confini sfumati tra servizi e industria, nel nome dell’innovazione

Dove l’industria è più concentrata in settori a medio-bassa intensità tecnologica, l’economia resta indietro: come in Italia

[5 febbraio 2016]

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Stabilire in che misura le economie avanzate siano in grado di crescere e di creare occupazione significa ormai comprendere in che misura la loro struttura produttiva sia in grado di competere sul mercato in risposta a una domanda sempre più diversificata e complessa. La questione si è fatta naturalmente più pressante con l’avvento della crisi del 2008 e con la recessione dei paesi europei, ma si è imposta già da tempo e rimanda a nodi che, se non affrontati, sono tali da rendere deboli se non del tutto inefficaci gli stimoli derivanti da una ripresa del ciclo economico. In questo senso, il rinnovato interesse che negli ultimi anni è sorto intorno alla capacità di sviluppo delle attività terziarie nei maggiori paesi industrializzati è diventato cruciale.

La rivisitazione del ruolo dei servizi nel sistema economico consente infatti di cogliere un importante aspetto di come le dinamiche del cambiamento tecnologico abbiano esteso le catene di creazione del valore, aumentandone il contenuto immateriale. Il processo di terziarizzazione è diventato in particolare sempre più un tratto distintivo della trasformazione del settore manifatturiero, la cui produzione si è andata sempre più qualificando attraverso l’integrazione di servizi specializzati divenuti importanti generatori e veicoli di diffusione di nuove conoscenze. Non è casuale, dunque, che nell’ultimo decennio l’attenzione si sia concentrata sull’aumento di peso che nell’industria hanno registrato i servizi ad alta intensità di conoscenza (Knowledge intensive business services, o Kibs, riconducibili ad una articolata gamma di attività che va dalla ricerca, ai servizi informatici, a tutto l’ampio ventaglio di “servizi di consulenza alle imprese”), e su quale sia stato il loro contributo alla competitività e alla crescita del sistema produttivo.

Ma guardare allo sviluppo del terziario, e ancor più a quello avanzato collegato alle attività delle imprese, significa soprattutto cogliere le relazioni di scambio che avvengono nei processi produttivi e che traducono il livello e la qualità di interazione tra i diversi ambiti di attività.

L’analisi delle interdipendenze settoriali, attraverso l’uso delle tavole input-output, si è rivelato perciò uno strumento irrinunciabile. È emerso così come il ruolo propulsivo del settore manifatturiero sulla crescita economica sia ben più significativo di quanto la tendenza alla “terziarizzazione” nei paesi industrializzati non abbia lasciato trasparire. Se si valuta il contributo che i servizi forniscono alle attività manifatturiere  –  dall’esterno degli ambiti settoriali di queste ultime e spesso in conseguenza a processi di esternalizzazione (outsourcing) della produzione (secondo quanto suggerito nel lavoro originario di Momigliano e Siniscalco, 1982) – ne risulta infatti che l’entità degli addetti imputabili all’industria è molto più elevata.

Ulteriori recenti approfondimenti (Ciriaci e Palma, 2016) mostrano inoltre che il fenomeno va di pari passo tanto con la crescita degli addetti classificati nei servizi, quanto con l’impulso ulteriore (e crescente) registrato con l’aumento degli addetti nei Kibs. Ma c’è di più. Estremamente rilevante risulta infatti “l’effetto leva” sui servizi connesso all’intensità tecnologica delle attività manifatturiere, in quanto a fronte di un maggiore peso dei settori industriali a medio alta e ad alta tecnologia, si riscontra una maggiore integrazione (e dunque domanda) di Kibs nell’industria (vedi grafico a fianco).

Il confronto tra le maggiori economie europee (Francia, Germania, Regno Unito, Italia) parla chiaro e sottolinea come la dinamica dei servizi – che dovrebbe essere sempre più trainante nei paesi a più elevato sviluppo industriale – risulti smorzata laddove (come ad esempio in Italia) il settore manifatturiero è più concentrato in settori a medio-bassa e bassa intensità tecnologica. Un risultato insomma che dovrebbe seriamente far riflettere quanti credono che l’aumento della “produzione immateriale” (sic simpliciter) sia un fattore autonomo della crescita del reddito e dell’occupazione e, più in generale, che il settore manifatturiero sia andato ad occupare una posizione di retrovia nelle dinamiche dello sviluppo economico.

La realtà è ben più complessa e chiama in causa il ruolo che gli sviluppi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche hanno esercitato e continuano ad esercitare sulla natura e sull’organizzazione della produzione di tutto il sistema economico, condizionandone alla radice le possibilità di espansione così come quelle di un declino. Una prospettiva che una volta di più (semmai ce ne fosse ancora bisogno) sottolinea come politiche industriali orientate allo sviluppo di settori di settori ad alta intensità di conoscenza debbano tornare ad occupare un posto di primo piano nell’agenda degli interventi per il rilancio dell’economia.

Bibliografia

Daria Ciriaci & Daniela Palma (2016): Structural change and blurred sectoral boundaries: assessing the extent to which knowledge-intensive business services satisfy manufacturing final demand in Western countries, Economic Systems Research

Momigliano, F. and D. Siniscalco (1982): Note in Tema di Terziarizzazione e Deindustrializzazione