Becchetti: «Chi punta solo sul Pil rischia di avere brutte sorprese»

Rapporto mondiale della felicità: Italia cinquantesima. Prima la Danimarca, ultimo lo Zambia

Le persone sono più felici vivendo in società in cui c'è meno disuguaglianza

[17 marzo 2016]

World happines report

In preparazione del World Happiness Day dell’Onu, che si celebra il 20 marzo, è stato presentato a Roma il  World Happiness Report 2016 Update, che classifica 156 Paesi secondo il loro livello di felicità, che riflette il crescente interesse globale sull’utilizzo della felicità e del benessere soggettivi come indicatori primari della qualità dello sviluppo umano. Il rapporto è stato presentato alla  Conferenza della Felicità 2016, che si conclude oggi con il convegno “Felicità, Benessere e Bene Comune”.

Secondo Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University. «La misurazione della felicità percepita e il raggiungimento del benessere dovrebbero essere attività all’ordine del giorno di ogni nazione che si propone di perseguire obiettivi di sviluppo sostenibile. Infatti gli obiettivi stessi comprendono l’idea che il benessere umano dovrebbe essere promosso attraverso un approccio olistico che combina obiettivi economici, sociali e ambientali. Al posto di adottare un approccio incentrato esclusivamente sulla crescita economica, dovremmo promuovere società prospere, giuste e ambientalmente sostenibili». 

Il rapporto pubblicato dal Sustainable Development Solutions Network (Sdsn), è stato curato da Sachs  e da  John F. Helliwell dell’università della British Columbia e del Canadian Institute for Advanced Research, e Richard Layard, direttore del Well-Being Programme del LSE’s Centre for Economic Performance e per la prima volta affida un ruolo speciale alla misurazione e le conseguenze della disuguaglianza nella distribuzione del benessere tra i Paesi. «Nelle precedenti edizioni . spiega l’Sdsn – gli autori avevano sostenuto che la felicità fornisse un migliore indicatore del benessere umano rispetto a reddito, povertà, educazione, salute e buon governo, misurati separatamente. Ora emerge che la disuguaglianza nella felicità fornisce una misura più ampia della disuguaglianza in senso stretto. Risulta che le persone sono più felici vivendo in società in cui c’è meno disuguaglianza di felicità. Si evidenzia anche che la disuguaglianza di felicità è aumentata in modo significativo (confrontando il periodo 2012-2015 rispetto al 2005-2011) nella maggior parte dei Paesi, in quasi tutte le regioni del mondo, e per la popolazione del mondo nel suo complesso».

I primi 10 Paesi più felici del mondo sono gli stessi del 2015, anche se ’ordine in classifica è cambiato nuovamente: la Danimarca riconquista il primo posto, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. La top 10 è completata da  Finlandia, Canada, Olanda, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. Gli Usa passano dal 15esimo al 13esimo posto, mentre l’Italia resta bloccata al 50esimo posto, subito dopo Nicaragua e Uzbekistan, due Paesi dove la vita non è certo facile.

I Paesi più infelici del mondo sono Grecia (99esima), Tagikistan (100°) Mongolia (101), Laos (102), Nigeria (103), Honduras (104), Iran (105), Zambia (106)

Helliwell sottolinea che «Le classifiche mostrano sia la coerenza sia il cambiamento. La coerenza riflette principalmente che le valutazioni di vita si basano su circostanze della vita che di solito si evolvono lentamente, tutte ad alti livelli nei paesi migliori. Le variazioni di anno in anno sono moderate dalla media dei dati provenienti da tre anni di indagini, al fine di fornire campioni di grandi dimensioni. Tuttavia, i cambiamenti duraturi nella qualità della vita hanno portato a grandi cambiamenti nei livelli di valutazione della vita e nelle classifiche, come dimostrano i molti Paesi con grandi guadagni o perdite nei periodi dal 2005-2007 al 2013-2015».

Come per le precedenti edizioni, il World Happiness Report 2016 esamina i trend dei dati, registrando come le  persone valutano la loro vita su una scala che va da 0 a 10. Le classifiche, basate su indagini in 156 Paesi nel periodo 2013-2015, rivelano un punteggio medio di 5,1 (su 10). Sette variabili fondamentali spiegano i tre quarti delle variazioni nei punteggi annuali medi nazionali: il PIL reale pro capite, l’aspettativa di vita in buona salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà percepita nel fare scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità.

Secondo Leonardo Becchetti, del Centre for Economic and International Studies  dell’università di Roma Tor Vergata, «chi punta solo sul Pil rischia di avere brutte sorprese. Il Pil non basta a misurare il benessere e le recenti elezioni irlandesi, in cui il governo è stato sonoramente sconfitto nonostante una crescita sulla carta del 7%, lo dimostrano chiaramente. La felicità (soddisfazione di vita) è una misura sintetica molto importante a cui la politica e i media dovrebbero fare particolare attenzione perché in grado di catturare tutti i fattori che incidono sulla soddisfazione dei cittadini».

Luigino Bruni, della Libera Università Maria Santissima Assunta, conclude: «E’ molto importante che quest’anno il Rapporto mondiale della felicità venga presentato in Italia. L’Italia è stata la patria della felicità, perché mentre in Inghilterra l’economia nel ‘700 nasceva come “scienza della ricchezz,  in Italia a Napoli e in tutta la penisola la nuova scienza economica prendeva il nome di “scienza della pubblica felicità”. Oggi l’Italia e l’Europa hanno un enorme bisogno di bene comune perché l’aumento delle diseguaglianze ci sta dicendo ormai da tempo che il bene dei singoli cittadini più ricchi può crescere a scapito dei più poveri. Non si può essere felici da soli, perché la felicità è una forma alta di bene comune».