Il ruolo delle risorse naturali per l’industria delle imprese europee (e italiane)

Rapporto Ue, dalla green economy la spinta per la competitività

Se l’innovazione di prodotto aumenta dell’1% lo stesso fa l’occupazione

[11 settembre 2014]

La vecchia guardia della Commissione europea, dopo che ieri sono stati presentati i nomi di coloro che ne prenderanno a breve il comando, non ha ancora gettato la spugna e ha presentato oggi la sua ultima relazione sulla competitività europea, dal titolo “Aiutare le imprese a crescere”. Una gravosa matassa da sciogliere per i successori, analizzata in un rapporto luci e ombre da più di 200 pagine.

Dal punto di vista ambientale, la pecca più evidente è come in questa mastodontica analisi non si trovi lo spazio rilevante dedicato a un focus sulle materie prime che non siano quelle energetiche, al contrario ampiamente trattate (sottolineando che, con un prezzo dell’energia elettrica doppio rispetto a quelli negli Usa, i miglioramenti in termini di efficienza energetica non bastano ancora come compensazione, e che i costi dell’energia sono comunque diminuiti in alcuni Stati membri grazie alla diffusione delle energie rinnovabili).

Un errore marchiano, dato che il loro andamento ha inciso non poco all’interno delle dinamiche economiche del Vecchio continente. Come evidenziato dallo stesso commissario uscente all’Ambiente, i loro prezzi reali sono infatti aumentati del 300% in poco più di un decennio: un trend a dir poco rilevante, e non solo per il passato. La competitività della manifattura non può prescindere da quella nell’utilizzo delle materie prime che lavora. Un’osservazione apparentemente lapalissiana, ma saltata sovente a piè pari.

Se come competitività si intende il grado con cui una nazione – e non solo – riesce a produrre beni e servizi capaci di affrontare la concorrenza internazionale, allo stesso tempo mantenendo ed espandendo il reddito reale della propria popolazione nel lungo periodo, oggi più che mai sono necessari investimenti in produzioni sostenibili e ad alto valore aggiunto: è questa una delle indicazioni principali che emerge dall’analisi della relazione Ue.

L’Europa su questo non parte certo da zero. L’Ue ha infatti mantenuto «le proprie capacità concorrenziali in diversi settori manifatturieri grazie a una forza lavoro altamente qualificata, a un elevato contenuto nazionale dei beni destinati all’esportazione e ai vantaggi comparativi derivanti da prodotti complessi e di elevata qualità», ma nonostante questo gli obiettivi di reindustrializzazione sono ancora a rischio. Oggi alla manifattura è riconducibile il 15% del Pil europeo (era il 18,5% nel 2000), l’obiettivo da qui a 6 anni è salire al 20%.

Perché la crescita dell’industria sia inclusiva, e si trascini dietro quella dell’occupazione, una delle leve più importanti da muovere resta in assoluto quella dell’innovazione. Secondo la relazione sulla competitività, infatti, le imprese innovative «creano più occupazione rispetto alle imprese non innovative in tutte le fasi del ciclo economico», una tendenza che spicca particolarmente durante i periodi di crisi e di recessione.

Scendendo nel dettaglio, il report evidenzia che nella maggior parte dei casi, a un aumento dell’innovazione di prodotto «pari all’ 1% corrisponde un incremento lordo dell’occupazione dell’1%». Un risultato notevole, dato dal fatto che le vendite più elevate dei nuovi prodotti creano più posti di lavoro di quanti ne perdono a causa del calo delle vendite dei vecchi. L’innovazione di processo ha un minor impatto occupazionale, ma comunque importante anche su altri fronti, in primis quello della sostenibilità della produzione. Un aspetto tutt’altro che marginale.

Il rapporto europeo, nella parte dedicata all’Italia, scrive che proprio dallo sforzo per raggiungere una maggiore sostenibilità «stanno nascendo risultati positivi non solo per l’ambiente, ma anche in termini di competitività»: il 54% delle imprese che hanno investito nel green hanno aumentato o consolidato le loro vendite, nonostante lo scenario economico non favorevole, e il 38% dei posti di lavoro creati nel 2013 provengono proprio da aziende che hanno investito nella sostenibilità.

In generale, secondo l’Ue, tra il 2007 e il 2012 l’industria manifatturiera italiana ha ridotto il proprio impatto sull’ambiente del 3,5% annuo. Nello stesso periodo è diminuita l’emissione di CO2, la produzione dei rifiuti e la loro gestione (con le consuete e non trascurabili difficoltà di calcolo delle performance di settore) e i consumi di energia.

Risultati, però, dove gli effetti della crisi economica rimangono purtroppo la causa prima, e si accompagnano alla drammatica perdita di 520mila posti di lavoro in 6 anni nel solo settore industriale italiano; perché diventino strutturali, migliorando davvero la competitività del nostro Paese, non possiamo continuare a fare affidamento su un andamento spontaneo. Occorre ora la capacità di scegliere, e sapere dove investire: i numeri parlano chiaro.