Presentato a Roma il rapporto Utilitalia e Ispra

Recupero di energia da rifiuti, da tabù a opportunità per l’economia circolare italiana

Brandolini: «Senza impianti di digestione anaerobica e senza inceneritori non si chiude il ciclo dei rifiuti e non si potranno raggiungere i target Ue»

[10 Aprile 2019]

Una sorta di tabù continua a gravare sul recupero di energia da rifiuti in Italia, nonostante avvii ad incenerimento il 18% del totale dei rifiuti urbani prodotti e in discarica ancora il 23%: «Mai e poi mai – dichiarava solo pochi giorni fa il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, dopo il caos rifiuti scoppiato in Sicilia – da questo ministero ci sarà un via libera a nuovi inceneritori». E invece secondo il nuovo Rapporto sul recupero energetico da rifiuti in Italia, che Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, ambiente ed energia) e l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) hanno presentato oggi a Roma, di questi impianti l’Italia avrebbe un gran bisogno, e ancor più di digestori anaerobici per la gestione dei rifiuti organici raccolti attraverso la differenziata.

Il particolare interesse per la digestione anaerobica nasce dalla possibilità unica di abbinare al recupero di materia quello di energia: infatti, oltre alla produzione del digestato da utilizzare come ammendante a valle di un processo di compostaggio, tale tipologia di impianto comporta la produzione di biogas che può essere utilizzato direttamente ai fini energetici per la cogenerazione di energia elettrica e termica, oppure sottoposto ad un processo di rimozione della CO2, denominato upgrading, che ne permette la trasformazione in biometano e la successiva immissione in rete in luogo del gas naturale o l’utilizzo per autotrazione. Particolare non da poco, il biogas è tra le fonti energetiche rinnovabili che possono contribuire alla riduzione dell’inquinamento atmosferico e l’effetto serra; inoltre, a differenza di altre fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico, ecc.) questa energia è potenzialmente disponibile 365 giorni all’anno, indipendentemente da fattori di natura climatica e stagionale.

Di fronte a questa grande opportunità tecnologica, paradossalmente lo sviluppo del settore risulta frenato da ostacoli normativi: «Dal rifiuto organico – spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia – si produce compost e biometano; per quest’ultimo, un carburante pulito realizzato in perfetta ottica di economia circolare, manca ancora un quadro normativo certo e stabile».

In ambito nazionale, il trattamento dei rifiuti in processi di digestione anaerobica può contare (dati 2017) su un totale di 55 impianti operativi, 47 al Nord, 2 al Centro e 6 al Sud, ma ne serviranno molti di più visto che l’organico, con 6,6 milioni di tonnellate raccolte, rappresenta il 41,2% dei rifiuti urbani che entrano nel circuito della raccolta differenziata, con una crescita media annua dell’8%; nei prossimi anni saranno operativi oltre 30 impianti di questo tipo, e deve essere solo l’inizio se la volontà è davvero quella di perseguire l’obiettivo di un’economia circolare. E lo stesso si può dire per quanto riguarda la digestione anaerobica dei fanghi di depurazione, con 87 impianti operativi nel 2017 (45 al Nord, 17 al Centro e 25 al Sud).

E per quanto riguarda i termovalorizzatori? Nel 2017 erano invece operativi 39 impianti di incenerimento (attualmente ridotti a 37 per chiusura di due impianti), così dislocati: 26 al Nord, 7 al Centro e 6 al Sud. Al loro interno sono stati trattati 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti, 5,3 dei quali di rifiuti urbani, una tendenza in leggera diminuzione rispetto ai 5,6 milioni del 2015. Tali impianti sono ormai saturi e non si prevedono nuove aperture nei prossimi anni, nonostante i limiti applicati per quanto riguardano le emissioni in atmosfera siano in molti casi già oggi più stringenti rispetto a quelli determinati dalla normativa vigente, soprattutto per quanto riguarda le polveri, gli ossidi di zolfo ed il monossido di carbonio.

Eppure il rapporto mostra chiaramente che l’Italia ha grande bisogno di nuovi impianti, soprattutto per il trattamento della frazione organica ma anche per quanto riguarda la gestione dei rifiuti non riciclabili e degli scarti stessi del riciclo, in mancanza dei quali sarà impossibile mantenere lo smaltimento in discarica al di sotto del 10% imposto dalle normative Ue; anche perché nei prossimi anni è previsto un considerevole aumento delle percentuali di raccolta differenziata, che si tradurrà in un incremento degli scarti di lavorazione e dei rifiuti organici da trattare. «Il problema – argomenta Brandolini – non è solo quantitativo, ma soprattutto geografico. Senza impianti di digestione anaerobica e senza inceneritori non si chiude il ciclo dei rifiuti e non si potranno raggiungere i target Ue».

Eppure da questo settore può arrivare anche un importante contributo dal punto di vista energetico. Nel 2017 gli oltre 180 impianti tra inceneritori e digestione anaerobica della frazione organica e dei fanghi di depurazione presenti sul territorio italiano hanno prodotto 7,6 milioni di MWh di energia, un quantitativo in grado di soddisfare il fabbisogno di circa 2,8 milioni di famiglie: il 100% dell’energia prodotta dagli impianti di digestione anaerobica e il 51% di quella prodotta dagli inceneritori è classificata come energia rinnovabile. «Serve una strategia nazionale per definire i fabbisogni che operi un riequilibrio a livello territoriale – conclude Brandolini – in modo da limitare il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2».

L. A. 

 

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