Reddito di cittadinanza? Per l’Alleanza contro la povertà in Italia è meglio quello di inclusione

Si rischia di perdere un’occasione storica per l’intera popolazione in povertà assoluta

[5 dicembre 2018]

Secondo l’Alleanza contro la povertà in Italia «l’annunciata introduzione di una misura destinata all’intera popolazione in povertà assoluta potrebbe rappresentare un’importante opportunità. È necessario, però, disegnare il reddito di cittadinanza in modo da rispondere efficacemente alle concrete esigenze dei poveri». E l’Alleanza – fondata nel 2013 da una vasta costellazione che spazia dall’Anci alla Caritas, dai sindacati a Save the children – non nasconde i suoi dubbi già manifestati a settembre quando, pur riconoscendo «l’importanza di una misura destinata a tutti gli oltre 5 milioni di poveri assoluti nel nostro Paese», non era riuscita ad ottenere un incontro col governo.

Ora, con un documento, l’Alleanza ribadisce le critiche al reddito di cittadinanza (RdC) e dice che si rischia di perdere un’’occasione storica: «Un intervento destinato all’intera popolazione in povertà assoluta è stato atteso per oltre 30 anni. Questo risultato decisivo, sino a poco tempo fa impensabile, pare oggi a portata di mano. Se il RdC fosse costruito nel modo sbagliato, però, se ne pagherebbero le conseguenze per generazioni. Da una parte, infatti, è irreale aspettarsi nei prossimi anni una Legge di Bilancio con una dotazione per la lotta alla povertà paragonabile a quella in via di definizione, a meno di non immaginare che le molteplici istanze che premono sulla spesa pubblica possano scomparire; ciò sarebbe vero anche se lo stanziamento finale risultasse minore rispetto a quello annunciato. Dall’altra, quando vengono compiute scelte che implicano trasferimenti economici a specifici gruppi sociali, è poi estremamente difficile modificarle».

Per l’Alleanza «esiste la possibilità che il RdC sia introdotto il 1 aprile e disegnato in totale discontinuità rispetto al Rei (reddito d’inclusione) adesso vigente. Una scelta che, a livello locale, porterebbe al caos: non solo si azzererebbe il lavoro faticosamente svolto sinora – con la sperimentazione del Sia dapprima e con l’introduzione del Rei dopo – ma si assegnerebbero ai Centri per l’Impiego compiti di cui oggi non sono in grado di farsi carico».  Bisognerebbe invece «Partire dalla realtà della povertà Qual è l’esperienza delle persone e delle famiglie cadute in povertà? Si tratta di un vissuto che tocca numerosi aspetti della condizione umana: economici, familiari, lavorativi, di salute, psicologici, abitativi, relazionali ed altri. Di conseguenza, in tutti i Paesi europei, il principale obiettivo delle politiche contro la povertà consiste nel fronteggiare le molteplici dimensioni del fenomeno. Benché oggi, in Italia, si insista molto sull’incrementare direttamente l’occupazione degli utenti, questo rappresenta uno dei fini, ma non l’unico».

Per l’Alleanza il pericolo è che il RdC sia un ibrido: «Una politica contro la povertà per quanto riguarda i beneficiari (tutti i poveri assoluti), ma una politica contro la disoccupazione rispetto agli interventi messi in campo. Si sposerebbe così una concezione monodimensionale della povertà, che la lega esclusivamente alla mancanza di occupazione, a scapito di quella multidimensionale, che prende in considerazione la varietà di aspetti sopra richiamati. In concreto, una simile scelta priverebbe i poveri di quell’insieme di risposte di cui l’inclusione lavorativa, seppur cruciale, è solo una parte».

Il documento ricorda che gli unici ad avere le competenze necessarie per affrontare la multidimensionalità della povertà sono i servizi sociali comunali e che è quindi a loro che «bisogna assegnare la regia della misura. Riconoscere la multidimensionalità significa, inoltre, promuovere la collaborazione tra i vari soggetti che possono fornire le molteplici risposte di cui i poveri hanno necessità (Comuni, Centri per l’Impiego, Associazioni, Terzo Settore, Scuola, Edilizia pubblica, Asl ed altri). Il disegno del Rei fa propria questa impostazione».

Rispetto al Rdc, «il Rei riprende in ampia parte la proposta del Reis (Reddito d’Inclusione Sociale) elaborata dall’Alleanza attraverso un lungo lavoro di analisi delle precedenti esperienze – nazionali ed estere – e di dialogo con chi opera nei servizi territoriali così come con le persone cadute in povertà. L’impostazione del Reis, e quindi del Rei, rappresenta l’esito di quanto appreso durante questo percorso da chi, a diversi livelli e in differenti contesti, si è confrontato con la povertà. Per questa ragione il Reis trova il sostegno di grandissima parte di esperti e addetti ai lavori».

Le associazioni temono che il risultato sia quello di delegittimare la lotta alla povertà: «Sul piano comunicativo viene sempre più accentuata la finalità occupazionale del RdC, con il rischio di diffondere tre messaggi sbagliati. Primo, assegnare al RdC obiettivi che non gli competono. Gli si attribuiscono, infatti, eccessive responsabilità nel fronteggiare i problemi occupazionali italiani, che richiedono invece differenti interventi. Nei paesi europei – mediamente con minore disoccupazione e Centri per l’Impiego più strutturati rispetto al nostro – le politiche contro la povertà riescono a condurre direttamente ad un lavoro stabile il 25% dei beneficiari. Ad altri servono a risolvere problemi di varia natura e a costruire nuove condizioni per migliorare la loro vita, ad altri ancora offrono almeno la possibilità un’esistenza decente. Considerando la realtà della povertà, si tratta di un insieme di risultati non di poco conto. Secondo, sminuire il valore dei diritti sociali. Insistere sull’inserimento lavorativo veicola il messaggio che le politiche contro la povertà non possono essere promosse con il loro vero obiettivo: garantire diritti sociali alle fasce più deboli della popolazione. Colpisce che ciò accada in una fase storica segnata dalla forte diffusione dell’indigenza e in un Paese dove l’impegno dello Stato a favore dei poveri è storicamente carente. Non a caso siamo stati, insieme alla Grecia, l’ultimo Paese europeo ad adottare – nel dicembre 2017 – un intervento nazionale di contrasto alla povertà, il Rei, peraltro ancora parziale e insufficiente. Terzo, spianare la strada ad attacchi futuri. Infatti, se la creazione di lavoro è presentata oggi come l’obiettivo principale del RdC, un domani, quando non lo si sarà raggiunto, se non per una quota circoscritta di utenti, si potrà facilmente affermare che la misura ha fallito».

Ma la poverofobia sempre più diffusa trascura una cosa molto importante: «Introdurre una solida misura contro la povertà assoluta significa non solo offrire un sostegno a chi attualmente vive questa condizione, ma anche fornire un’assicurazione alle classi medie, che spesso temono di cadere nell’indigenza. Risponde, dunque, a una domanda di maggiore sicurezza che proviene dalla società: non di sicurezza rispetto alla propria incolumità, in questo caso, bensì di sicurezza sociale davanti al diffondersi del rischio di povertà. Tale aspetto cruciale, sinora sottovalutato, discende dall’evoluzione della povertà in Italia. A partire dal 2005, infatti, l’indigenza è cresciuta tra i gruppi sociali storicamente più colpiti (Sud, famiglie senza occupati, famiglie con tre figli), ma ha conosciuto anche una diffusione senza precedenti tra fasce di popolazione che, in precedenza, si sentivano al sicuro (Nord, famiglie con occupati, famiglie con uno o due figli). Dunque, la povertà ha “rotto gli argini” e riguarda trasversalmente l’intera società italiana: come mai prima, il rischio di cadervi è diffuso e percepito come una concreta minaccia. Nell’ambito delle trasformazioni illustrate emerge anche l’esplosione della povertà assoluta nel Centro-Nord, dove oggi vive il 57% delle persone in tale condizione. Sarà, dunque, decisivo preoccuparsi di garantire in ogni area del Paese il diritto al RdC in maniera corrispondente alla diffusione del fenomeno».

Il timore è che si vada all’ennesima riforma della riforma e che si demolisca il  Rei, adottato appena un anno fa, che secondo il monitoraggio attuato dall’Alleanza e «sta richiedendo notevoli sforzi a tutti gli attori del welfare locale coinvolti, incontrando spesso significative difficoltà di tipo organizzativo, gestionale e culturale. Modificare radicalmente l’impianto del Rei, oggi in rodaggio, costringerebbe tali attori ad affrontare un’ulteriore mole di cambiamenti e adattamenti, con gran dispendio di tempo ed energie: tutto ciò li distoglierebbe proprio dall’obiettivo di offrire risposte adeguate ai poveri. Qualunque riforma ambiziosa, qual è il Rei, richiede anni per dare i suoi frutti ma questo obiettivo è raggiungibile solo in un quadro normativo stabile. Smontarne l’impianto, svuotare il Fondo povertà e ripartire da zero sarebbe fatale. Si ripeterebbe così l’errore commesso tante volte in passato, quando i nuovi Governi avevano stravolto riforme varate dai predecessori al fine di marcare la propria diversità. Questa diffusa mancanza di stabilità nei percorsi d’innovazione è stata una causa decisiva dei numerosi fallimenti incontrati nei tentativi di modernizzare le politiche pubbliche italiane».

L’Alleanza ammonisce: «Il vero cambiamento è dare una giusta risposta ad ogni povero Il vero cambiamento non consiste nello smontare ciò che è stato realizzato dai Governi precedenti, bensì nell’arrivare dove questi non sono giunti» e per questo propone di partire dal Rei e, senza stravolgerne l’impianto complessivo, di migliorarlo ed estenderlo sino a fornire le risposte necessarie a chiunque si trovi in povertà assoluta. Sono molte le azioni da compiere. Innanzitutto, assicurare il diritto alla misura a tutti gli oltre 5 milioni di poveri, rispetto ai 2,5 attuali. Poi, elevare i contributi economici in modo da colmare la distanza tra la soglia di povertà e il reddito disponibile delle famiglie: ciò richiederebbe un importo medio mensile di circa 400 Euro. Diversi interventi riguardano anche i Comuni, a partire dall’elaborazione diffusa di progetti personalizzati che consentano agli utenti temporaneamente non occupabili di impegnarsi in attività utili alla collettività, ad esempio in ambito ambientale, culturale e sociale. Tra gli ulteriori fronti su cui agire, fondamentale è quello dei Centri per l’Impiego, ma senza aver fretta, perché potrebbe sortire effetti negativi.

Trattativa con l’Ue permettendo, per l’Alleanza la Legge di Bilancio dovrebbe prevedere che  il RdC sia dotato stabilmente di tutte le risorse necessarie entro massimo 3 anni, mentre l’utenza andrebbe progressivamente ampliata a partire del 2019.  «In tal modo si raggiungerebbe oggi un risultato storico – risolvere il nodo dei finanziamenti per i poveri – e si darebbero certezze agli operatori dei territori sull’evoluzione dei prossimi anni. Si creerebbe così un contesto istituzionale stabile, condizione imprescindibile per mettere chi lavora nel welfare locale nelle condizioni di dedicarsi alla complessa opera di costruzione delle migliori risposte per i poveri».

Di fronte a questi dubbi su come il governo sta proponendo il RdC, l’Alleanza contro la Povertà si auspica che il Governo avvii quanto prima con un percorso di confronto sui contenuti, valorizzando le competenze e il radicamento territoriale delle associazioni: «Un percorso animato da un unico obiettivo comune: dare ai poveri di questo Paese le risposte delle quali hanno bisogno. Riteniamo che tale fine possa essere raggiunto solo attraverso un impegno collettivo di tutti gli attori coinvolti nella lotta alla povertà, sia a livello centrale che sui territori».