Reshoring: le aziende ritornano anche in Italia, ma le “teste”?

[16 settembre 2013]

Un articolo di Repubblica.it[1] sollecita l’attenzione su un fenomeno, il cosiddetto reshoring, cui ancora si parla molto poco nel nostro paese. Si tratta del ritorno di aziende che avevano localizzato verso paesi a basso costo del lavoro e che ritornano a produrre nei paesi avanzati. Su questo fenomeno c’è un vivissimo dibattito soprattutto negli Stati Uniti, come testimoniano le notizie riportate sul  sito della “Reshoring Initiative” (http://www.reshorenow.org). Del tema si parla molto anche in Europa, dove si studiano e realizzano misure per favorirlo. Anche Greenreport ne aveva discusso, commentando un numero speciale dell’Economist dedicato alla “terza rivoluzione industriale”[2], di cui il rientro delle attività produttive nei paesi avanzati costituisce forse la caratteristica più clamorosa.

Secondo un gruppo di ricerca, l’Uniclub Backshoring, che coinvolge diverse università italiane, l’Italia sarebbe il primo paese in Europa per “ritorni manifatturieri”, rappresentando il 60% dei casi censiti in Europa dal 2007 al 2012. Non tutte le esperienze sono state positive, ma il trend è assolutamente rilevante e riguarda investimenti realizzati sia nell’Estremo oriente che nei paesi dell’Europa orientale.

Il fenomeno è dunque importante e, se nel nostro paese ci fosse qualcosa di simile ad una politica industriale, la possibilità di recuperare sul territorio nazionale livelli di attività manifatturiera potrebbe rappresentarne un punto di forza.  In effetti il ritorno delle imprese non è solo la conseguenza di una riduzione dei differenziali di costi (ossia l’aumento dei costi di produzione dei paesi emergenti, a cui si aggiungono i crescenti costi della logistica, specialmente per  beni prodotti nel Far East).  In tal caso ci sarebbe da preoccuparsi, perché ulteriori movimenti negli stessi differenziali di costi potrebbero rapidamente bloccare o invertire la tendenza.
Il backshoring che ci dovrebbe interessare è invece quello che si fonda sulla possibilità di realizzare, come già suggeriva l’Economist, impianti fortemente innovativi sia nei processi che dei contenuti dei prodotti, dove la rilevanza del costo del lavoro sia drasticamente ridimensionata. Per il nostro paese quindi la possibilità di far rientrare attività manifatturiere in modo stabile e tale da sostenere un nuovo ciclo di crescita è legata a doppio filo ad un abbandono di un modello di sviluppo fondato sull’inseguimento di vantaggi di costo e che ha per decenni convissuto con il calo costante della produttività del lavoro. Senza una politica industriale che spinga decisamente sul pedale dell’innovazione  il rischio è che si tratti di fenomeni limitati e provvisori.

Sarebbe bene anche riflettere sul fatto che quei paesi presso i quali si era delocalizzato alla ricerca di un basso costo della manodopera, oggi si propongono per l’offshore di funzioni avanzate. In discussione è quindi la frettolosa aspettativa che nei processi di delocalazzazione  sarebbero pur sempre “rimaste da noi” funzioni legate al design ed alla ricerca e sviluppo oltre agli headquarters.  Avviene così che oggi sia sempre più conveniente fare ricerca e sviluppo in Cina, da un lato perché si tratta di attività labor-intensive (e quindi qui i differenziali di costo possono essere significativi) e, dall’altro lato, perché è il loro sistema economico a domandare sempre più innovazione ed a riposizionarsi sui livelli di consumo e di qualità dei prodotti più elevati, tra l’altro con un sostegno pubblico alla ricerca e dall’innovazione che ha dimensioni assolutamente non paragonabili a quelle del nostro paese. Stiamo dunque attenti che, mentre rientrano le fabbriche, non siano questa volta le teste a partire…