L’ufficio statistico europeo cambia il modo di contare dell’Ue

Da ricerca e sviluppo +2% del Pil italiano: è un trucco, ma racchiude grandi speranze

Ma se ne avvantaggiano anche le spese militari

[17 gennaio 2014]

Ieri Eurosat ha annunciato una rivoluzione copernicana nei conti dell’Europa, finalmente a favore di ricerca e sviluppo. L’attuale quadro metodologico per la produzione di dati sulla contabilità nazionale sarà sostituito nel settembre 2014 con un nuovo Sistema europeo dei conti (Sec 2010). È la prima volta dal 1995, e non si tratta di un mero dettaglio di ragioneria. Il modo in cui le statistiche macroeconomiche sono elaborate può cambiare radicalmente la percezione che una nazione ha del proprio benessere (non solo economico), e incide profondamente nella scelta tra quelle politiche che i governi adotteranno o scarteranno.

Il cambiamento ormai prossimo della contabilità europea è tanto più importante in quanto si inserisce in un contesto di mutamento di respiro mondiale. Il nuovo abaco dell’Ue è infatti fratello del SNA 2008, che è in corso di attuazione in tutto il mondo: gli Stati Uniti l’hanno implementato nell’agosto 2013 e l’Europa seguirà tra pochi mesi, in modo coordinato.

Il nuovo Sistema europeo dei conti porterà dunque molti cambiamenti, alcuni positivi altri meno. Innanzitutto, il Pil europeo a fine operazione risulterà (artificialmente, si potrebbe insinuare) gonfiato di circa il 2%. A titolo di confronto, si pensi che negli Stati Uniti l’introduzione dei nuovi standard ha portato ad un aumento del 3,5% del Pil per gli anni 2010-2012. Come mai questa manna per l’Europa? Perché alcuni elementi che fino ad oggi sono stati contabilizzati come spese correnti saranno classificati da settembre come investimenti: le voci in discussione sono la spesa per i sistemi d’arma e, soprattutto, la ricerca e sviluppo.

Grazie alla prima modifica d’ora in poi spendere per nuove armi e sistemi di difesa sarà considerato un investimento e, purtroppo, c’è da aspettarsi che l’industria militare avrà nuovo slancio negli anni a venire. Gli occupati forse aumenteranno, e questo è un bene, ma per il resto in Europa non sembrano vederci niente di male, anzi: si stima che questo consentirà di aumentare il prodotto interno lordo dell’Unione europea di circa il 0,1%. Amen.

Ma il contributo più succoso (e quello più positivo) viene dalla ricerca e sviluppo. L’Europa finalmente riconosce che  la spesa per R&S non è una scocciatura, ma un investimento. Le spese in ricerca e sviluppo saranno dunque registrate come investimenti, e non più come spesa corrente. «Ciò consentirà – precisano dalla Commissione Ue – di aumentare il prodotto interno lordo dell’Unione europea di circa il 1,9%». Per l’Italia in particolare la percentuale dovrebbe oscillare tra l’1 e il 2%. Una quota comunque ridotta rispetto ad altri Paesi: si pensi che in Svezia o Finlandia, dove non hanno aspettato che l’Europa fornisse nuove calcolatrici per investire in ricerca e sviluppo, l’impatto sul Pil dovrebbe arrivare a un +4 o +5%.

Si tratta in ogni caso di un cambiamento di rotta «molto importante nel contesto della strategia Europa 2020», e la speranza è che possa avere ricadute molto concrete fin da subito. Gli investimenti in ricerca e sviluppo saranno presto sdoganati dal rispettare l’assurdo ma perentorio vincolo del 3% del deficit sul Pil? Ancora è presto per saperlo, ma la novità comunicata da Eurostat riaccende la speranza. E non è la sola.

Usando le giuste leve, da questa piccola crepa nel muro europeo dei conti potrebbe finire per sgorgare molto di più. A partire da una più appropriata contabilità ambientale, che tenga conto dei flussi di materia ed energia per definire le migliori politiche economiche da adottare (in Italia se n’è parlato anche recentemente col Ddl ambiente, ma ancora siamo fermi al palo). E, puntando ancora più in alto, una contabilità nazionale e continentale che non si incentri solamente sul Pil, ma si impegni a definire e utilizzare indici di benessere alternativi e più completi, come il Bes italiano o il Genuine Progress Indicator (Gpi).

Non si tratta di utopie. La storia dell’Europa avrebbe già potuto cambiare pochi mesi fa, quando in ottobre il commissario europeo per gli Affari sociali, Laszlo Andor, propose alla Commissione di «inserire la disoccupazione e altri aspetti sociali tra gli indicatori vincolanti sull’andamento economico dei Paesi membri (come il rapporto deficit/Pil e debito/Pil)». Purtroppo si è trattato di una bolla di sapone, ma un tentativo è stato fatto. Adesso abbiamo un’altra possibilità, e non dovremmo sprecarla. Nella storia dell’Europa (e della nostra) il bene più prezioso è ora più che mai il tempo. E quello, sia che si misuri con orologi, clessidre o meridiane, stiamo sicuri che non aumenterà.