Continua l’intervista a tutto campo con il presidente Alessandro Canovai

Riciclo, nuova vita per l’economia circolare del vetro in Toscana: Revet acquista La Revet Vetri

Investimento iniziale di circa 2 milioni di euro. Canovai: «La nostra mission è raccogliere tutte le materie recuperabili, separarle e dove possibile riciclarle»

[6 aprile 2017]

Fondata nel 1986, la toscana Revet rappresenta oggi un’industria leader nella gestione integrata del ciclo dei rifiuti, che serve circa 200 amministrazioni comunali e oltre l’80% della popolazione regionale. Ogni anno raccoglie, seleziona e avvia al riciclo 160mila tonnellate di rifiuti (materiali quali plastiche, alluminio, acciaio, vetro, poliaccoppiati come il tetrapak) derivati sia dalle raccolte differenziate urbane realizzate dai cittadini, sia da quelle delle attività produttive.

Revet si adopera inoltre per riciclare una delle frazioni più difficili da gestire, quel plasmix – gli imballaggi plastici che non sono né bottiglie né flaconi – che viene lavorato a Pontedera nell’impianto della controllata Revet Recycling, trasformandolo in profili destinati all’arredo urbano o in granuli adatti allo stampaggio di nuovi manufatti plastici anche di alta gamma. Un’economia circolare concreta e ad ampio spettro, volta a migliorare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica del territorio. Come? Ne abbiamo parlato in un’intervista a tutto campo con Alessandro Canovai, presidente di Revet e Revet Recycling. Dopo la prima puntata pubblicata ieri, di seguito la seconda e ultima parte dell’intervista:  

Per il riciclo quali pensa potrebbero essere gli strumenti incentivanti migliori?

«Basterebbero cose semplici, come la detraibilità fiscale degli acquisti fatti con prodotti riciclati, oppure un’Iva agevolata, creare meccanismi normativi ad hoc. Tra l’altro dal punto di vista dell’esborso pubblico non stiamo parlando degli stessi volumi d’affari presenti né per il mercato delle automobili né per quello dell’energia, sarebbe uno sforzo molto più contenuto».

La legge già prevede i cosiddetti Acquisti verdi, quel Green public procurement che le amministrazioni pubbliche dovrebbero utilizzare per rifornirsi di beni e servizi dando spazio all’economia verde.

«Una legge che andrebbe resa definitiva, e realmente applicata. Ad oggi non è una legge cogente: se le amministrazioni pubbliche non la applicano, le multe non ci sono. Al proposito sarebbe necessario anche un lavoro culturale, con esempi concreti da parte degli enti più importanti: in Toscana penso al Comune di Firenze, ma anche quelli di Pisa, di Livorno. Nella pianificazione per gli acquisti degli arredi urbani quelli prodotti a partire da materiali riciclati dovrebbero essere ben presenti: immaginiamo che all’interno di Consip ci sia un ufficio green che coordini e imponga a tutti i comuni italiani l’applicazione di questo disposto. Allora si comincerebbe a ragionare. Come in ogni modello economico, se nel mercato di riferimento i soldi girano le imprese a loro volta inventano e studiano nuovi prodotti, finché la dimensione del mercato è diventata tale che c’è più bisogno di alcun incentivo».

Può farci alcuni esempi di questi prodotti?

«Le plastiche miste che raccogliamo non possono essere trasformate in oro, ma quando è possibile accedere a mercati stabili e profili tecnologici utili per la loro valorizzazione le potenzialità emergono. Stiamo portando avanti un nuovo progetto insieme a un’impresa calabrese sui banchi di scuola, i cui i piani sono prodotti con una miscela di nostre plastiche e del polverino della sansa dell’olivo, cioè lo scarto finale della lavorazione delle olive: una miscela sostenibile. Se ogni anno si devono cambiare 50.000 banchi nelle nostre scuole e Stato pretende che siano fatti in materiali riciclati, un’azienda come la nostra ha un mercato di riferimento sul quale poter competere con altre aziende che fanno economia circolare. Se invece vado a scontrarmi in un campionato squilibrato, con aziende che non fanno economie circolari ed hanno altre regole rispetto alle nostre, in quel caso è naturale che la partita si faccia difficile».

Nonostante il sostegno all’economia circolare proclamato ad ogni livello, fino ad oggi il legislatore ha destinato le proprie risorse quasi esclusivamente al recupero energetico anziché al riciclo: vede qualche inversione di rotta?

«Il driver normativo e la vision dell’economia circolare, che ormai  è un po’ di anni che viene utilizzato come paradigma economico di una nuova rivoluzione industriale, sta diventando sempre più operativo. Come per ogni economia richiede però che tutti gli attori di una filiera economica, quindi dal produttore, trasformatore e acquirente, riescano ad individuare il valore che stanno cercando nel bene che acquisiscono: l’economia si fa con beni e servizi che qualcuno deve acquistare, e i processi produttivi dell’economia circolare hanno il grande valore aggiunto di minimizzare l’impatto ambientale. Un valore non solo etico ma assai materiale, che va oltre il concetto di costo minimo e che l’acquirente deve essere messo in condizione di percepire. Finché questa percezione non si concretizza su vasta scala, a colmare il gap occorrono incentivi. Da questo punto di vista siamo felici per l’arrivo della normativa sull’economia circolare, ma ciò non toglie che rimangano temi irrisolti. Il tema dell’ecodesign ad esempio, cioè fare prodotti sapendo già che dovranno essere riciclati: ad oggi il problema è che nessuno pensa a questo, e quindi sul mercato dei rifiuti troviamo materiali che non compatibili con le filiere produttive dell’economia circolare, e per questo si bruciano o interrano in discariche».

Torniamo a guardare al territorio. In occasione del convegno del trentennale di Revet, lo scorso anno, lei manifestò l’intenzione di investire e potenziare La Revet Vetri: a che punto siamo?

«Noi crediamo molto in questo, i  nostri soci in primis. Abbiamo appena acquisito la filiera del vetro, lo stabilimento di Empoli (La Revet Vetri, ndr). Si parla di un investimento iniziale di circa 2 milioni di euro. Il perimetro di Revet è quello del recupero di materia, e quindi la nostra mission è raccogliere tutte le materie recuperabili – vetro, materiali ferrosi come acciaio e banda stagnata, plastica, alluminio, tetrapak e quanto di buono e di riciclabile c’è nei rifiuti per tutti i soci toscani – separarle e dove possibile riciclarle. Questa è l’ambizione di Revet e dei suoi soci. Un’azienda regionale, il cui lavoro non è nell’interesse del socio A o B ma in quello di tutti i cittadini toscani».

Guardando al prossimo futuro crede che la Toscana, capitalizzando esperienze come quella di Revet, abbia potenzialità sufficienti per crescere ancora sotto il profilo dell’economia circolare?

«La Toscana non è messa male da questo punto di vista, è una delle regioni più all’avanguardia, anche per ragioni storiche: io sono pratese, e a Prato per sett’anni un’economia circolare ante litteram – il riciclo degli stracci – ha dato lavoro a una città intera, già aperta a un mercato globale. In Toscana oggi ci sono dei poli industriali che per profilo tecnologico si trovano perfettamente in attinenza con l’economia circolare, con fabbriche che quando possono impiegano nei loro processi produttivi materiali riciclati. Il polo cartario di Lucca, il polo tessile di Prato, il poco vetrario di Empoli. Un polo della plastica vero e proprio non c’è ancora, ma ci sono aziende trasformatrici, e l’esperienza Revet mostra le possibilità di accedere a mercati globali, ben al di fuori della sola Toscana».