Rifiuti, dopo 13 mesi di “sequestro preventivo” riapre la discarica del Cassero

Non è pericoloso riprendere i conferimenti. Ma nel frattempo sono insorti «danni per milioni e seri rischi per il posto di lavoro di decine di persone, oltre ai riflessi per il territorio regionale»

[6 aprile 2018]

Il 4 luglio 2016 vanno in fiamme alcuni rifiuti speciali (in particolare pulper, ovvero scarti di cartiera) nella zona di Casalguidi, provincia di Pistoia: è la discarica del Cassero, gestita da Pistoiambiente. Le fiamme hanno distrutto più di un ettaro di quella che in gergo tecnico viene chiamata “parte in coltivazione” dell’impianto, dove ogni giorno vengono depositati e pressati i rifiuti, e scattano le indagini su quanto accaduto, che sfociano nel “sequestro preventivo” della discarica ordinato dal Gip. È il 4 marzo 2017.

Si interrompono i conferimenti, la cittadinanza è in allarme, le molte aziende che si affidavano all’impianto per smaltire i propri scarti pure (comprese quelle attive nell’economia circolare, come appunto le cartiere). Tredici mesi dopo, l’ultima svolta: ieri alla discarica del Cassero sono stati tolti i sigilli, potrà riprendere normalmente la propria attività. A deciderlo è stato il Tribunale del riesame di Pistoia, che ha accolto il riesame richiesto dai dirigenti di Pistoiambiente Alfio Fedi e Michele Menichetti. «Il provvedimento – spiegano i legali dei ricorrenti al quotidiano locale Il Tirreno – ha chiaramente affermato che non esiste alcun profilo di colpa addebitabile ai gestori della discarica». L’inversione a U ha trovato la propria chiave di volta nell’intervento della Corte di Cassazione, che nel gennaio 2018 aveva già annullato il provvedimento con cui il Tribunale del riesame di Pistoia aveva, nel mentre, confermato l’ordinanza di sequestro partita dal Gip. Adesso potranno riprendere i conferimenti di rifiuti alla discarica del Cassero, anche se inizialmente saranno minori  le tipologie accettate per una limitazione che Pistoiambiente ha deciso di auto-imporsi, al fine di prevenire nuovi blocchi all’attività.

«Il riesame – aggiunge al quotidiano locale La Nazione Andrea Niccolai, avvocato chiamato a difendere Pistoiambiente – aveva escluso ogni profilo di colpa in relazione all’incendio. Inutili i tentativi dell’accusa di riaprire questo tema, già chiuso, depositando la perizia. Né il riesame ne parla. Il primo profilo di colpa sarebbe quello di aver ricevuto rifiuti non regolarmente generati, che non provengono sempre dal solito processo, che è variabile e richiede analisi per lotti. E questo era il contenuto del riesame del 23 marzo 2017. Secondo la Cassazione la Procura avrebbe dovuto dimostrare la variabilità del rifiuto. Il secondo profilo di colpa è riferito ai rifiuti con codice a specchio (pericolosi o no). In questo caso occorrerebbe fare una analisi esaustiva e cercare tutti i componenti esistenti. Questione complessa, secondo la Cassazione, e non è detto che sia possibile. Questione già davanti alla Corte Europea per la vicenda analoga di Roma. Non vi è – sottolinea dunque Niccolai – prova di pericolo in sé, né è pericoloso riaprire la discarica». Che difatti è stata ora dissequestrata. Dopo 13 mesi di inattività.

Una faccenda assai intricata, come si vede, dove all’origine risiede la confusa e contraddittoria normativa nazionale, esposta a mille interpretazioni, che regola la gestione dei rifiuti. Il risultato è paradossale: in teoria si vorrebbe lanciare il Paese sulla strada dell’economia circolare, in pratica l’ordinaria amministrazione degli impianti autorizzati a trattare rifiuti è un campo minato disseminato di indagini e sequestri.

La discarica del Cassero «è stata chiusa per un anno – aggiunge al proposito Niccolai –, ci sono danni per milioni e seri rischi per il posto di lavoro di decine di persone, oltre ai riflessi per il territorio a livello provinciale e regionale». Non a caso nel corso dei mesi – soffermandosi anche sul blocco della discarica del Cassero – sia Confindustria Toscana nord sia Cna Firenze Metropolitana e Cna Toscana Centro hanno lanciato appelli alla politica di fronte alla ormai cronaca mancanza di impianti adeguati a gestire i rifiuti speciali prodotti in Toscana (10.064.794 tonnellate/anno, a fronte di 2,25 milioni di tonnellate di rifiuti urbani), che rappresentano l’altra faccia dei beni e prodotti messi sul mercato dal sistema produttivo regionale. Quando gli impianti autorizzati sono pochi, e i pochi che ci sono vengono chiusi, a trarne vantaggio è difatti solo lo stallo economico – o gli smaltimenti illegali.