Rifiuti, 20 anni di decreto Ronchi e i «ritardi da recuperare» per raggiungere gli obiettivi Ue

L’avvio al recupero degli imballaggi è salito dal 33% del 1997 al 78,5% dell’immesso al consumo nel 2015. E per il resto?

[7 febbraio 2017]

Il D.Lgs 22/97, il cosiddetto “Decreto Ronchi” – prodotto dal miglior ministro dell’Ambiente che questa Repubblica ancora oggi ricordi – ha cambiato radicalmente i modelli di gestione dei rifiuti e ha introdotto una riforma organica e sistemica recependo e coordinando «tre direttive europee sui rifiuti, sui rifiuti pericolosi e sugli imballaggi». Cosa rimane oggi, a 20 anni di distanza?

Il tema è stato affrontato oggi nelle aule di Montecitorio, oltre che nel bel volume “La riforma dei rifiuti A 20 anni dal D.Lgs 22/97 e alla vigilia del nuove Direttive sui rifiuti-circular economy” curato da Edizioni Ambiente.

«Con quella riforma – ricorda il protagonista, Edo Ronchi – scegliemmo di anticipare, non senza difficoltà, gli indirizzi europei sulla gerarchia nella gestione dei rifiuti, assegnando una netta priorità al riciclo rispetto al largamente prevalente smaltimento in discarica e anche rispetto alle proposte che assegnavano priorità all’incenerimento di massa. Quella riforma ha consentito di far decollare l’industria verde del riciclo dei rifiuti. Quel sistema potrebbe consentire di raggiungere anche i nuovi e più impegnativi target europei di riciclo  a condizione che venga applicata in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale recuperando i ritardi che ancora persistono in alcune grandi città (come Roma e Napoli) e in 5 regioni del Sud: Basilicata (31% RD), Puglia (30%), Molise e Calabria (25%), Sicilia (13%). Il recupero di questi ritardi sarà essenziale per raggiungere i nuovi obiettivi europei: il 60% di riciclo dei rifiuti urbani per il 2025 e 65% entro il 2030. Molto importante sarà anche aggiornare i decreti sul recupero dei rifiuti speciali per avere una più estesa ed efficiente diffusione del riciclo con il regime di end of waste».

Questione non da poco, dato che in Italia i rifiuti speciali rappresentano i ¾ del totale prodotto ogni anno, lasciando ai rifiuti urbani la fetta restante. I rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata, ovvero gli imballaggi e l’organico, rappresentano appena un 7% a testa dei rifiuti italiani, ma catalizzano la quasi totalità dell’attenzione pubblica.

Anche per questo i miglioramenti in tale ristretto campo sono stati sensibili in vent’anni. Il sistema italiano di gestione dei rifiuti d’imballaggio – ricorda oggi la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, presieduta proprio da Ronchi – ha raggiunto buoni risultati rispetto al 1997 e pur con differenze ancora oggi mostruose tra il nord e il sud del Paese: «L’avvio al recupero degli imballaggi è salito dal 33% del 1997 al 78,5% dell’immesso al consumo nel 2015 ed è già stato superato l’obiettivo del 65% (siamo al 67%) di avvio al riciclo dei rifiuti da imballaggio che la nuova Direttiva indica per il 2025», un dato che mostra di per sé quanto poco ambizioso siano i target in materia individuati dalla Commissione europea, che il Parlamento Ue sta difatti tentando di ampliare.

Che cosa succede poi ai rifiuti urbani avviati a riciclo? Non tutte le tonnellate prelevate da cassonetti e mastelli trovano diventano effettivamente nuovi materiali con un loro posto nella filiera produttiva, per molti motivi: dalla presenza talora elevatissima di frazioni estranee nella raccolta differenziata (dove la qualità è importante almeno quanto la quantità), alla mancanza di una richiesta di mercato (non tutti i rifiuti hanno un valore economico), fino alla semplice constatazione che vede gli impianti di riciclo a loro volta – come ogni impianto industriale – fonte di rifiuti (speciali).

Come ricorda oggi il Conai, in Italia (dati 2015) il «riciclo e il recupero degli imballaggi ha permesso la generazione di materie prime seconde equivalenti a 3 miliardi di bottiglie in vetro da 0,75 litri, 329 milioni di risme di carta in formato A4, 32 milioni di pallet in legno, 9 miliardi di flaconi di detersivo in PET, 1 miliardo di lattine da 33cl in alluminio, e 725 treni Frecciarossa 1000 per l’acciaio». A fronte di questi importanti quantitativi è dunque necessario sapere che ve ne sono altri (ad esempio, 1 kg di acciaio riciclato in acciaieria produce circa 0,30 kg di rifiuti, 1 kg di carta 0,5 kg di pulper e fanghi) che rappresentano nuovi rifiuti da gestire.

Nonostante innumerevoli contraddizioni e problematiche, ci sono motivi per guardare al futuro con ottimismo: come riferisce la Fondazione guidata da Ronchi, l’avvio a riciclo dei rifiuti urbani ha fatto crescere in vent’anni un settore industriale della green economy che «conta oltre 6.000 imprese (in aumento del 10% rispetto al 2008) con circa 155 mila addetti e un fatturato di circa 50 miliardi di euro». Obiettivi ambiziosi, leggi chiare e normative semplice, oltre a un indispensabile bagno di realismo all’interno del pubblico dibattito, sono gli ingredienti essenziali per permettere al Paese di crescere ancora verso un’economia davvero circolare.