I rifiuti fra sinèddoche, narrazione e fenomenologia

In Toscana ogni anno vengono prodotte 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, 9 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e 500mila tonnellate di rifiuti pericolosi. Come gestirle?

[23 gennaio 2018]

Rifiuti: stiamo parlando di una quantità nazionale complessiva, (sotto)stimata, di circa 170 milioni di tonnellate/anno (140 se togliamo gli inerti). I rifiuti urbani (che contengono anche gli “speciali assimilati”) sono circa 30 milioni: ovvero 1/5 del totale. Quelli domiciliari sono circa la metà: ovvero, circa 15 milioni.

Le raccolte differenziate riguardano gli imballaggi e la frazione umida (quando e dove viene raccolta). Non tutti gli imballaggi. Solo quelli che pagano il contributo ambientale (Cac) Conai. Sul totale degli urbani, gli imballaggi ammontano comunque a circa 13 milioni. Altri 13 milioni sono rappresentati dalla frazione umida.

Tutti gli imballaggi rappresentano dunque circa il 7% dell’ammontare di tutti i rifiuti prodotti in un anno. Tutta la frazione umida rappresenta un altro 7%.

Eppure qualsiasi narrazione sui rifiuti sottende che la questione sia qui circoscritta e si scambia così una parte (ultraminoritaria) per il tutto.

Ora ammettiamo pure che venga fatta la raccolta differenziata del 100% degli imballaggi e del 100% della frazione umida. Sappiamo quanto siamo lontani da questo obiettivo – gli ultimi dati Ispra riportano una media nazionale del 52,5% – ma ammettiamolo raggiunto per comodità di ragionamento.

A questo punto dobbiamo conteggiare: a) le “frazioni estranee” (errati conferimenti di materiali diversi dagli imballaggi) contenute nelle raccolte differenziate che ritornano in discarica e/o negli inceneritori e che rappresentano una ottimistica media del 20% sul totale della raccolta; b) gli “scarti di selezione”, che rappresentano a loro volta una ottimistica media del 10% sul totale in input agli impianti, appunto, di selezione.

Tolta la “frazione estranea” e gli “scarti di selezione”, gli imballaggi raccolti solo a questo punto sono risorse e solo a questo punto sono pronti per rientrare nei cicli produttivi. La carta nelle cartiere; il vetro nelle vetrerie; i barattoli di acciaio nei forni elettrici delle acciaierie; le lattine di alluminio nelle fonderie di alluminio; alcuni tipi di plastiche (bottiglie-Pet, flaconi-Hdpe) vanno ad impianti industriali che riproducono le stesse tipologie, mentre altri tipi prendono la via dell’incenerimento o della discarica e dunque hanno un costo aggiuntivo. Le plastiche eterogenee, ad esempio (il plasmix), che rappresentano circa il 50% di tutte le plastiche raccolte, tranne in alcuni casi, vanno direttamente a termovalorizzazione.

La normale, ancorchè ignorata, fenomenologia dei flussi a questo punto riserva ai narratori una sorpresina: dopo tutta questa preparazione, il riciclo effettivo produce esso stesso rifiuti. E tanti rifiuti. E solo perché a quel punto si chiamano “speciali”, non per questo sono spariti d’incanto.

Facciamo qualche esempio.

Il riciclo di una tonnellata di carta produce mediamente circa 400 kg di rifiuto (fanghi e pulper).

Il riciclo di una tonnellata di acciaio produce circa 300 kg di rifiuto (scorie ed altro)

Il riciclo di una tonnellata di plasmix (plastiche eterogenee), ancorchè pochissimo praticato, produce a sua volta circa 300 kg di rifiuto.

Insomma, siccome ogni impianto industriale produce rifiuti, e siccome il riciclo significa reimmissione negli impianti industriali delle raccolte differenziate, altrimenti è spreco di risorse economiche e materiali quanto ambientali, è pura cecità continuare ad ignorare questa fenomenologia solo perché i rifiuti cambiano status giuridico da “urbani” a “speciali”.

Un discorso a parte andrebbe fatto sui rifiuti pericolosi. Nella narrazione, e dunque nell’immaginario collettivo, questi si pensano circoscritti ai rifiuti speciali e, dentro questa tipologia, ai rifiuti delle industrie. Niente di meno vero.

I rifiuti pericolosi sono massicciamente presenti in quelli domiciliari (pile, farmaci scaduti, stracci imbevuti di sostanze pericolose, barattoli di vernice, neon, piccoli manufatti in amianto, ecc) e sono presenti pure fra gli speciali “assimilati” (ripetiamo: rifiuti da attività commerciali, artigianali, di servizio, ecc). Questi rifiuti pericolosi che, per inciso, dovrebbero avere la priorità nelle raccolte differenziate, finiscono in generale e sistematicamente dentro i cassonetti dell’urbano indifferenziato e avviati “tranquillamente” a smaltimento.

Se si avesse sufficientemente chiara questa fenomenologia offuscata dalla narrazione, si comprenderebbe meglio anche l’apparente paradosso toscano che pure è leggibile in modo corretto dalle pagine del Piano Regionale. Ovvero, 2,3 milioni di tonnellate/anno di rifiuti urbani stanno a fronte delle ignorate 9 milioni di tonnellate/anno di speciali e di circa 500 mila tonnellate/anno di rifiuti pericolosi (di cui non sappiamo dove metterne neanche un etto).

Ma il dato dei rifiuti speciali, in Toscana, non è solo l’epifenomeno di un apparato produttivo contrassegnato dai grandi produttori (acciaio, marmo, tessile, conciario, chimico, ecc…), che pure storicamente hanno problemi di smaltimento, bensì e anche, da una presenza di impianti di riciclo che ha pochi eguali nelle altre regioni. Ovvero di cartiere, vetrerie, produzione di granuli da plastiche eterogenee. In molti casi questi impianti sono in sofferenza da sempre nella possibilità di ricollocare i propri rifiuti di processo per insufficiente capacità dell’apparato impiantistico necessario. Va detto che molti dei rifiuti di processo dei grandi produttori sarebbero in teoria riciclabili (marmettola, gessi, scorie di acciaierie) ma in pratica trovano barriere di tutti i tipi. E va detto però, esplicitamente, che molte tipologie (e milioni di tonnellate) di rifiuti di processo non sono affatto riciclabili. E vanno smaltiti correttamente. Dai fanghi di laminazione a quelli di cartiera a quelli conciari; dalle terre contaminate alle polveri di abbattimento fumi, l’elenco potrebbe continuare per quante migliaia di codici sono indicati nella legge di riferimento.

La morale è che se si scambia una parte (minoritaria) con il tutto, se ci si illude di risolvere il problema dei rifiuti con le raccolte differenziate di quelli urbani e di azzerare così la necessità di impianti industriali, di riciclo e di smaltimento, come sembra che stia accadendo oramai da anni, per il secondo principio della termodinamica e per il principio dei vasi comunicanti, ci ritroveremo ad avere maggiori costi, maggiori impatti ambientali e minore capacità di controllo e di mitigazione del malaffare. Allora la moneta cattiva avrà scacciato definitivamente quella buona.