Rifiuti nucleari, Girotto (M5S): «Ritardi su messa in sicurezza». Il deposito nazionale che fine ha fatto?

«Su questo fronte la politica non può continuare a fare melina come invece è stato fatto nella scorsa legislatura». Il ministro Calenda aveva promesso di rendere pubblica la Cnapi entro fine 2017, ma neanche il suo successore Luigi Di Maio finora ha divulgato il documento

[20 settembre 2018]

Il presidente della X commissione (Industria e commercio) del Senato Gianni Girotto, portavoce a Palazzo Madama del M5S, riporta all’attenzione del dibattito politico un problema che l’Italia in lunghi anni non si è mai decisa ad affrontare: quello dei propri rifiuti nucleari. Sulla scia del catastrofico incidente nucleare di Fukushima Daiichi l’Italia affrontò nel 2011 un referendum che mise fortunatamente fine alle ambizioni atomiche portate avanti dal governo Berlsuconi – allora alla guida del Paese insieme alla Lega –, ma il problema dei rifiuti nucleari è rimasto intatto. Anzi, si è accresciuto: basti pensare che le strutture sanitarie italiane producono ogni anno 2.700 metri cubi di rifiuti radioattivi, che è naturalmente necessario poter gestire in sicurezza.

«Purtroppo sulla gestione e la messa in sicurezza dei rifiuti nucleari in Italia si registrano notevoli ritardi, con aggravi – afferma Girotto – sulle stime dei costi per queste operazioni. Su questo fronte, la politica non può continuare a fare melina come invece è stato fatto nella scorsa legislatura: la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto, per questo in Senato abbiamo iniziato una serie di audizioni all’interno di uno specifico affare assegnato per capire meglio tutte le criticità e per trovare una soluzione a tutte le problematiche legate ai controlli e all’effettivo smantellamento delle centrali e messa in sicurezza dei rifiuti nucleari».

Il portavoce M5S al Senato argomenta dunque che «anche il quadro normativo su questo fronte si presenta non sufficientemente preciso ed esaustivo. Le strutture di controllo non hanno, allo stato attuale, la dotazione organica idonea per fronteggiare con la massima competenza le emergenze connesse alle attività di decommissioning. In questa enorme patata bollente ereditata a causa del lassismo dei governi del passato, desta preoccupazione poi la questione relativa ai costi, le cui stime sono lievitate a 7,2 miliardi dai 6,8 previsti inizialmente. Dal 2001 al 2017 il programma di smantellamento è stato realizzato per un terzo delle attività, costando 3,6 miliardi di euro, cioè il 50 % del budget. A seguire vanno inclusi gli 1,5 miliardi previsti per la realizzazione del deposito di scorie nucleari e il costo di esercizio annuale non ancora stimato. In generale, le inadempienze e i ritardi nell’applicazione della direttiva europea in materia sono molteplici Per questo è urgente completare –  cosa mai fatta e che ci ha posto pertanto in procedura d’infrazione europea – la definizione del Programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, comprendente tutti i tipi di combustibile esaurito e di rifiuti radioattivi soggetti alla giurisdizione nazionale, ed è quanto mai necessario rendere funzionale l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin). Sono passaggi non più rimandabili: riguardo a una questione così delicata l’Italia si è adagiata e si è perso troppo tempo, lasciando al loro posto dei rischi per i cittadini che non vogliamo far più correre loro. È nostro dovere, pertanto, conoscere tutti i particolari possibili sull’argomento e rimetterlo al centro dell’agenda politica».

Un tema più di altri meriterebbe l’attenzione dell’agenda politica, in fatto di rifiuti nucleari: la cronica mancanza di un deposito nazionale dove conferirli in sicurezza. Da ormai troppi anni il Paese attende di conoscere la Cnapi, ovvero la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale. Pronta da tempo, attende solo di essere divulgata per avviare un pubblico confronto sul tema: si tratta di un dossier politicamente scottante, finora rimandato a data da destinarsi. L’ultima scadenza di cui si ha notizia è quella dichiarata nel giugno 2017 dall’allora ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che si impegnò a rendere pubblico il documento entro la fine dell’anno. Da allora non se ne sa più nulla, anche se ormai da mesi sulla poltrona di Calenda siede un ministro M5S, il vicepremier Luigi Di Maio.