Rifiuti, quanta confusione su corretta gestione e riciclo

[10 febbraio 2017]

Ha suscitato apprezzamenti ma anche critiche il nostro articolo sulla raccolta differenziata di alcuni giorni fa dove invitavamo ad evitare gli slogan per capire meglio il fenomeno. E in qualche modo ci viene in aiuto lo speciale del Tg1 dal titolo Riciclando, andato in onda il 5 febbraio. Una trasmissione sicuramente fatta con impegno, ma che mostra fin dalle prime immagini una gran confusione sull’argomento trattato: le immagini cominciano parlando di Aurelio Peccei e dei “Limiti dello sviluppo”; da lì alle famigerate ecoballe (rifiuti speciali non riciclabili) “dentro le quali c’è di tutto”, per poi dire “che da quelli che ci ostiniamo a chiamare rifiuti si può sempre ricavare qualcosa di buono”, passando al riciclo delle bottiglie di plastica (rifiuti urbani) per concludere il primo giro di nuovo in zona eco balle, con i pioppi per bonificare il terreno dai rifiuti industriali di aziende conciarie toscane sversati nella zona (di nuovo rifiuti speciali).

Così si va avanti per tutta l’ora di trasmissione, senza spiegare mai che cosa si può effettivamente avviare al riciclo e che cosa no. Nella prima metà dello speciale sembra poi che la tesi giornalistica sia: bisogna fare come in Austria e Germania, dove si usano gli inceneritori (68 in Germania, viene detto), zero discariche ( e quanto sia vero basta cliccare su google) e si ricicla il 50% dei rifiuti urbani. Non solo, i termovalorizzatori vengono messi a confronto con i cementifici che bruciano pure loro i rifiuti, sostenendo che i primi sono più controllati (ed è vero) e i secondi no “perché la loro lobby è molto potente”, dice uno degli intervistati. Ma bisognerebbe aggiungere anche che i termovalorizzatori hanno impianti di abbattimento che i cementifici non hanno.

Non manca l’esempio di Capannori, dove però si parla solo dei rifiuti urbani e non delle cartiere – veri e propri impianti di riciclo della carta proveniente dalle raccolte differenziate – che sempre lì stanno e che, come ogni impianto industriale, producono a loro volta (molti più) rifiuti (speciali però).

Così sembra che la partita sia tutta nelle mani del cittadino che compie il proprio dovere ottemperando alla raccolta differenziata, ma non è vero. Questo è solo un (pur indispensabile) passaggio. I rifiuti urbani sono solo 1/4 dei rifiuti prodotti e il resto, i 3/4, sono speciali (pericolosi e non); inoltre in quel quarto almeno il 40% è organico e in tutta la trasmissione non se ne parla.

Bene invece che venga sempre messo davanti a tutto un problema: c’è sempre un mercato per i prodotti derivanti dal riciclo? Una domanda alla quale non viene mai data una risposta certa, perché purtroppo questo, come greenreport denuncia da ormai 11 anni, è uno dei guai. Quando si accenna al fatto che alcuni prodotti da riciclo alcune aziende non li vogliono nemmeno pubblicizzare si tocca con mano il cuore di questo problema. Che non è l’unico, ma è certamente uno dei più gravi. Gli acquisti verdi, nonostante le leggi non si fanno e gli incentivi, almeno in Italia, vanno alla termovalorizzazione e non ai prodotti riciclati.

Le frazioni che hanno un valore di mercato esistono, ma quelle che non lo hanno un costo secco. I rifiuti sono una miniera, dice anche la nostra amica Paola Ficco, ma giustamente aggiunge che “le norme in Italia non stabiliscono quando un rifiuto diventa risorsa”. E così hai voglia di provare a dire che i rifiuti inerti possono essere convenientemente utilizzati nei sottofondi e/o nei manti stradali, se poi la legge non incentiva o talvolta proibisce simili utilizzi i rifiuti rimangono tali e necessitano di essere smaltiti, non assomigliando per niente a una miniera d’oro.

In evidenza poi viene messo il caso di Roma, dove i rifiuti per evitare l’emergenza vengono spediti a bruciare in Germania; non si parla però di Napoli, che storicamente ha inviato e invia tonnellate e tonnellate di rifiuti via chiatta per aggirare l’eterna emergenza rifiuti e il resto lo invia al termovalorizzatore di Acerra. O di tutti i rifiuti pericolosi, in primo luogo amianto, che tutt’oggi vanno all’estero per essere gestiti (anche in questo caso in prima fila c’è la Germania).

Volendo rimettere le cose in ordine si può dire che: parlando di rifiuti affrontare solo la questione degli urbani è sbagliato. Ammesso che si voglia parlare solo di questi è giusto che venga messa in evidenza l’importanza che i materiali che vengono avviati al riciclo siano di qualità, quindi raccolti nel migliore dei modi. Avviato a riciclo tutto ciò che è riciclabile, il resto va gestito e con questo anche gli scarti del riciclo, di cui nella trasmissione non si parla ignorando così centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti (speciali, anche in questo caso). Tutto il resto del cambiamento, appare evidente, non dipende affatto dalle nostre mani, ma da quelle della politica, e nella fattispecie delle politiche fiscali prima e industriali poi.

di Fabiano Alessandrini