Rifiuti, riciclo e cave in Val di Cornia

[1 settembre 2015]

Cava di San Carlo

Ogni anno le attività economiche dell’uomo moderno hanno un impatto sull’ambiente, in termini di roccia, pietre, sabbia e ghiaia movimentate, che non hanno niente da invidiare agli agenti naturali. Anzi. Aldo Femia, primo ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), stima tali quantitativi in un ammontare che varia tra i 50 e i 60 miliardi di tonnellate, di cui un terzo circa per il prelievo di minerali per l’industria metallifera e due terzi per altre industrie e per le costruzioni. Per farsi un’idea, i materiali eruttati da tutti i vulcani oceanici in un anno pesano la metà, quelli trasportati a mare da tutti i fiumi del mondo sono un terzo, e i materiali trascinati dall’erosione eolica in tutto il mondo pesano 60 volte meno.

All’interno di questi quantitativi a dir poco mastodontici, che danno pieno senso alla definizione di Antropocene, anche in Toscana ci diamo un bel daffare. Ne è un esempio concreto la prolungata attività di estrazione da cave attiva in provincia di Livorno, e in particolare nell’area della Val di Cornia, recentemente finita nel mirino delle dichiarazioni pentastellate.

Il Meetup storico SanVincenzo5stelle prende ad esempio le cave di San Carlo (nella foto), e dichiara che «è di 235.000,00€ il contributo erogato dalla Soc. Solvay al Comune di San Vincenzo, in base alla L.R.n.78/98 per attività di cava, questo in base alla relazione previsionale e programmatica per il periodo 2015. La prima concessione a San Carlo alla Società Solvay è stata rilasciata nel 1928… da quel momento, la concessione è sempre stata rinnovata senza tanti scrupoli. Oggi la Solvay si avvale di una concessione di 20 anni, rinnovata il 7 febbraio 2006 e per una quantità di estrazione pari a 34.000.000 di tonnellate di calcare e inerti. La cava ha una previsione di espansione stimata in circa 20 ettari verso Nord Est, Sud Ovest ed Ovest, ed ormai occupa oltre 250 ettari. Si parla di 1.700.000 tonnellate di materiale estratto all’anno».

Gran parte della quantità di materiale estratto viene successivamente utilizzato dalla Solvay per usi industriali, ma non tutto. Un parte rilevante – sottolineano i grillini – è destinata a divenire materiali inerti per edilizia e riempimenti. Su questo punto c’è dunque convergenza tra l’analisi prodotta dai Cinque stelle di San Vincenzo con i colleghi di Campiglia Marittima e Piombino: i tre assembramenti attaccano oggi in un comunicato congiunto quanto a oggi previsto dal «Piano delle attività estrattive provinciale datato 2014, non 20 anni fa». Nel documento si registra un calo dell’attività estrattiva, «in particolare di calcare nell’ultimo biennio, di cui però non fornisce i dati», ma senza trarne «nessuna concreta indicazione programmatica». Anzi, «nel prossimo decennio prevede una riduzione del 23% dei materiali da scavare (da 15,4 a 11,8 milioni di metri cubi), ma consente lo sfruttamento delle cave esistenti allungandone i tempi di coltivazione senza rispettare le scadenze stabilite dalle autorizzazioni comunali. Non è previsto nessun riutilizzo di materiali recuperabili, nonostante l’esistenza di enormi quantità di rifiuti industriali e di impianti pubblici per trattarli».

Il riferimento esplicito è quello all’impianto Tap, recentemente passato sotto la guida di Valerio Caramassi, il nuovo ad. I Cinque stelle ritengono «condivisibili» gli intenti messi in chiaro dalla nuova dirigenza, ovvero «riciclare le scorie presenti nelle discariche ex-Lucchini e usare materiale di riciclo, secondo il principio di prossimità, anziché scavare materiale vergine dalle colline di Campiglia».

Questo, ovviamente, prevede un deciso cambio rotta nella programmazione delle attività estrattive sul territorio. «Tra il dire e il fare – osservano – ci sta di mezzo il Pd». Ma le condizioni stesse poste da Caramassi per la permanenza alla guida della Tap sono ormai chiare: «Perdere questo treno – sottolineò in un’intervista per greenreport – significherebbe perdere l’ultimo. Ciò che abbiamo davanti deve essere sostenibile ambientalmente (risparmio, efficienza e rinnovabilità della materia), socialmente (creazione di posti di lavoro aggiuntivi al processo produttivo) ed economicamente (preservare il capitale naturale – le colline – e valorizzare ciò che nel passato è stato rifiutato)». Una posizione che ha riscosso anche il pieno appoggio degli ambientalisti di Legambiente.

La politica, compresa quella a marchio Pd – che ha accompagnato la ridefinizione dello stesso cda Tap – ha ormai avere perfettamente chiara la realtà dei fatti, e ha ora la responsabilità di far seguire le azioni per un presente e futuro sostenibili. Una vera politica per il riciclo parte anche da una ridefinizione di quella sulle cave.