Il direttore generale di Ispra, Sergio Costa (ministro dell’Ambiente), Stefano Ciafani (Legambiente) e Rossella Muroni (LeU) commentano il rapporto pubblicato oggi

Rifiuti speciali, Bratti: «Norme inapplicabili possono obbligare a comportamenti irregolari le imprese»

Un problema dilagante non solo nel settore ambientale. Anche per la Corte dei Conti più che «scrivere nuove regole bisogna semplificare, e concentrarsi sugli obiettivi strategici»

[14 giugno 2018]

«In Italia troppi rifiuti finiscono ancora nelle discariche, è un sistema che non possiamo più permetterci. Con questo non voglio dire che non stiamo migliorando, ma è un dato di fatto che in discarica ne finiscano ancora troppi». Lo ha affermato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, intervenuto alla Camera alla presentazione del Rapporto sui rifiuti speciali pubblicato oggi dall’Ispra.

Il ministro ha inoltre sottolineato l’urgenza di tracciare bene i rifiuti speciali e pericolosi, e si è detto preoccupato in particolare dal sistema di raccolta e gestione dell’amianto: «In questo momento l’amianto ci fa zoppicare, per dirla con un eufemismo  – ha sottolineato Costa – e ci preoccupa in particolare la ricaduta sanitaria e ambientale della presenza di amianto sul territorio. Non è pensabile che il sistema Italia ancora si interroghi sul come definire la questione amianto, non ce lo possiamo permettere per il bene dei nostri cittadini». E per dare un’idea di quanto complessa sia la gestione concreta dei rifiuti speciali, e quanto poco si presti a semplificazioni, è bene ricordare cosa questo voglia concretamente dire. Uno dei «principali problemi» per la gestione delle 32-40 milioni di tonnellate d’amianto che ancora si stima siano presenti in Italia «è che mancano le discariche: a volte i monitoraggi non vengono effettuati perché poi nasce il problema di dove poter smaltire l’amianto – spiegava un anno fa Laura D’Aprile, del ministero dell’Ambiente, durante un convegno organizzato dal M5S ancora una volta alla Camera – Ci sono regioni che hanno fatto delibere definendosi a discarica zero e quindi quando faremo la programmazione del conferimento a livello nazionale ci andremo a scontrare con queste regioni». Dunque anche la discarica non è “il male”, ma uno strumento funzionale alla chiusura del ciclo integrato dei rifiuti se impiegato con intelligenza (ovvero in modo residuale, e per quei rifiuti per i quali non è attualmente possibile/fattibile individuare altre forme di gestione); al contrario, diventa un problema quando si ricorre alla discarica prima di aver percorso – a seconda dei casi – le strade della prevenzione, del riuso, del riciclo e del recupero energetico.

«I dati confermano infine che la questione amianto è ancora aperta – aggiunge Rossella Muroni, deputata e vicepresidente del gruppo LeU – Un modo efficace per promuovere il corretto smaltimento dell’amianto sarebbe tornare a incentivare chi bonifica tetti con coperture in amianto e sostituisce le coperture con pannelli fotovoltaici, come chiede la petizione #BastaAmianto promossa da Annalisa Corrado (Green Italia e Possibile) su Change.org di cui sono tra i primi firmatari».

Più in generale, secondo Muroni i dati presentati oggi dall’Ispra sui rifiuti speciali sono «un valido supporto per la politica e indicano chiaramente che l’Italia deve recuperare terreno sul fronte della prevenzione e accelerare la transizione verso un modello di sviluppo circolare, in cui  si consumano meno risorse ed energia e dove gli scarti di un’impresa diventano la materia prima di un’altra. Obiettivi che possono essere utilmente perseguiti definendo criteri di end-of-waste, introducendo forme di fiscalità ambientale che penalizzino lo smaltimento in discarica rispetto alla prevenzione e al riciclo. Importante anche migliorare la tracciabilità dei rifiuti speciali per arginare scorciatoie illecite al corretto smaltimento».

«Per archiviare la stagione degli smaltimenti illegali dei rifiuti speciali, anche pericolosi – argomenta invece Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – servono interventi mirati non più rimandabili che abbiano al centro quattro questioni chiave: la nuova impiantistica di gestione coinvolgendo il territorio, la semplificazione dei processi di riciclo, la prevenzione dei reati ambientali elevando il sistema dei controlli e aumentando l’azione repressiva. In particolare servono nuovi impianti di gestione da realizzare nelle aree industriali con processi veri di partecipazione e coinvolgimento del territorio, occorre semplificare l’iter del riciclo velocizzando l’approvazione dei decreti “end of waste” da parte del ministero dell’ambiente e senza i quali il recupero di materia diventa una via crucis. Tra gli altri interventi occorre prevenire gli illeciti elevando il sistema dei controlli, completando l’attuazione della legge sulle agenzie ambientali da parte del ministero dell’ambiente  con i decreti fondamentali per far decollare il sistema nazionale protezione ambiente. Infine – conclude Ciafani – per contrastare il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, occorre aumentare l’azione repressiva, dopo l’approvazione della legge 68/2015 che ha introdotto finalmente i delitti ambientali nel codice penale».

Occorre però aggiungere, come ha avuto occasione di precisare il direttore generale di Ispra Alessandro Bratti durante la presentazione del rapporto alla Camera, che il «norme inapplicabili possono obbligare a comportamenti irregolari le imprese, anche virtuose». In altre parole, se il contesto normativo è confuso e contraddittorio, limitarsi a inasprire i controlli e l’azione repressiva affastellando una legge sopra l’altra non solo non basta, ma può finire – come spesso capita – per bloccare l’attività delle imprese regolarmente autorizzate ad operare nella gestione dei rifiuti speciali, lasciando campo libero ai veri ecocriminali.

Come risolvere questo paradosso? L’unica arma possibile è quella di perseguire la semplificazione e la chiarezza normativa insieme all’effettività degli strumenti di contrasto, e non solo in tema di rifiuti. Come spiega il presidente della Corte dei Conti Angelo Buscema, intervistato oggi dal Sole 24 Ore per commentare le vicende emerse attorno allo stadio di Roma, bisogna «rafforzare gli strumenti per prevenire la corruzione, e a questo scopo ha mostrato tutti i suoi limiti la giungla degli obblighi puntuali che hanno caratterizzato le norme degli ultimi anni. Più che nuove regole, bisogna semplificare, e concentrarsi sugli obiettivi strategici». Anche la promozione della legalità nelle pubbliche amministrazioni passa da questo punto fondamentale: «Il primo antidoto alla corruzione è la trasparenza – argomenta Buscema – che però non si raggiunge con una miriade di obblighi concentrati su singoli aspetti puntuali, e slegati da un obiettivo sistemico. Spesso, per dare forza a questo o quell’adempimento, lo si è collegato a forme di responsabilità, ma questo approccio rischia di creare la paura della firma negli onesti, che sono la stragrande maggioranza, e di non dare fastidio alla “corruzione con le carte a posto”».

L. A.