Pubblicato il XVI rapporto Ispra

I rifiuti speciali in Italia crescono tre volte più velocemente del Pil

Sono 132,4 le milioni di tonnellate prodotte nel 2015 (ovvero oltre 4 volte tutti i rifiuti urbani), ma non lo sappiamo con certezza: «Il dato potrebbe risultare ancora sottostimato»

[17 luglio 2017]

Anche nel Paese con la produttività delle risorse naturali più alta del Vecchio continente – parola di Eurostat – la montagna dei rifiuti speciali continua a crescere. Come documenta la sedicesima edizione del Rapporto rifiuti speciali dell’Ispra, pubblicata oggi, nel 2015 la produzione nazionale si attesta a poco più di 132,4 milioni di tonnellate, segnando un +2,4% rispetto al 2014: nello stesso periodo il Pil (il cui andamento è in grado di spiegare il 73% della variabilità della produzione di rifiuti totali nell’Ue 28 e l’87% nell’Ue15) italiano è cresciuto esattamente di un terzo, ovvero del +0,8% secondo dati Istat.

Come sempre accade quando si parla di rifiuti speciali – ovvero derivanti da attività produttive, commerciali e/o di servizi –, si tratta inoltre di dati sottostimati. Da dove arrivano infatti questi numeri? Come spiega l’Ispra, la «produzione nazionale dei rifiuti speciali è stata quantificata a partire dalle informazioni contenute nelle banche dati Mud relative alle dichiarazioni annuali effettuate ai sensi della normativa di settore», a loro volta «integrate con i quantitativi stimati da Ispra mediante l’applicazione di specifiche metodologie». Difatti, da sempre la normativa esclude dall’obbligo della dichiarazione annuale tutte le imprese con meno di 10 dipendenti – ovvero la stragrande maggioranza del tessuto produttivo nazionale, dove vige «un tasso di copertura del Mud al di sotto del 10%» –, e nuove esenzioni sono state introdotte nel 2015 dal cosiddetto Collegato ambientale. A causa di tale «carenza di informazione», l’Ispra integra i dati duri a disposizioni con stime, premettendo però che «anche il dato integrato potrebbe risultare ancora sottostimato». Per intuire l’ampiezza di tale problematica basti pensare che «la quota stimata di produzione dei rifiuti non pericolosi rappresenta il 46,4% circa del dato complessivo». Quasi la metà dei dati a disposizione, dunque, sono frutto di stime.

Nonostante le lacune di base, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale è riuscito a mettere insieme oltre 500 pagine dense di dati, fondamentali per un Paese che ambisce a rendere circolare la propria economia: «I rifiuti speciali gestiti in Italia, nell’anno 2015 – dettaglia l’Ispra – sono 136 milioni di tonnellate, di cui 127,7 milioni di tonnellate (93,8% del totale gestito) sono non pericolosi e i restanti 8,4 milioni di tonnellate (6,2% del totale gestito) sono pericolosi. Al totale gestito, si aggiungono 11,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali derivanti dal trattamento di rifiuti urbani e computati nel ciclo di gestione degli stessi». Anche la corretta gestione dei rifiuti, dunque, comporta la produzione di nuovi rifiuti, come in qualsiasi processo industriale.

Anzi, le «attività di trattamento dei rifiuti e attività di risanamento» danno il 2° maggior contributo alla produzione di rifiuti speciali in Italia (il 27,1%), sopravanzate soltanto «dal settore delle costruzioni e demolizioni» con una percentuale «pari al 41,1% del totale». Sul terzo posto del podio si piazzano le attività manifatturiere nel loro complesso (20,1%), dove a spiccare è il comparto della metallurgia.

Che fine fanno tutti questi rifiuti speciali, dei quali si sa pochissimo – e verso i quali l’attenzione mediatica, politica e pubblica emerge soltanto in caso di scandali – ma che pesano oltre 4 volte tutti i rifiuti urbani prodotti in Italia? Rispetto al totale gestito «il recupero di materia, con il 65,1%, è la forma di gestione prevalente (88,6 milioni di tonnellate)», informano dall’Ispra, confermando l’elevata attitudine delle imprese italiane a re-immettere autonomamente nei cicli produttivi i propri scarti, quando possibile. Una propensione che continua a svilupparsi, dato che dal 2014 al 2015 il recuperod i materia è cresciuto «di oltre 5 milioni di tonnellate».

Il recupero energetico riguarda invece 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, un ammontare «di poco superiore a quello dell’anno al 2014»; l’incenerimento dei rifiuti speciali interessa invece «complessivamente, considerando anche quelli trattati in impianti per rifiuti urbani, 990 mila tonnellate» di materiali. A diminuire (-1,8%) è il ricorso alla discarica, dove nel 2015 sono stati smaltiti 11,2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, anche se l’unica componente a diminuire davvero (-12,6%) è la quota di smaltimenti nelle discariche per rifiuti inerti, mentre crescono i conferimenti in quelle per rifiuti non pericolosi (+2%) e soprattutto pericolosi (+23,2%).

Nonostante i numeri in gioco e la necessità di una gestione sostenibile dei rifiuti prodotti, permane nel nostro Paese la carenza di impianti sul territorio e una loro profonda disomogeneità sul territorio (come si mostra nelle cartine e grafici di fianco, ndr), spiegabile solo in parte con la diversità delle attività produttive presenti nelle varie regioni. Paradossalmente, la soluzione al problema – gli impianti necessari per la corretta gestione dei rifiuti – continua sovente a far più paura del problema stesso.