Dall’Ispra la fotografia di un mondo misconosciuto

Rifiuti speciali, ovvero la crisi italiana oltre lo specchio (e senza meraviglie)

L'altra faccia del Paese che produce, alla faccia dei rifiuti zero

[3 dicembre 2014]

Con la pubblicazione del Rapporto rifiuti speciali 2014, l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (l’Ispra) torna a scostare il dito dietro al quale come di consueto si nasconde il dibattito pubblico italiano sul tema: la raccolta differenziata. Questa riguarda gli imballaggi (che sono il 7% di tutti i rifiuti, speciali, pericolosi e urbani), a loro volta facenti parte dei rifiuti urbani. Quanti sono i rifiuti urbani? Secondo gli ultimi dati Ispra, in Italia poco meno di 29,6 milioni di tonnellate. E gli speciali? 134,4 milioni di tonnellate, più di quattro volte e mezzo gli urbani.

Tutto bene dunque: basta sapere di cosa e di quanto si parla. Altrimenti il rischio (anzi, la certezza) è che del resto ci se ne occupi quando si calcolano gli affari dell’ecomafie. È bene inoltre sottolineare come il rapporto dell’Ispra, per quanto ben fatto, non possa evitare di incorrere negli enormi problemi di fondo che presenta la statistica italiana sui rifiuti. Per quanto riguarda i rifiuti speciali la situazione è, se possibile, ancor più tragica che nel caso degli urbani: come riportato correttamente da Ispra, «la produzione nazionale dei rifiuti speciali è stata quantificata a partire dalle informazioni contenute nelle banche dati Mud relative alle dichiarazioni annuali effettuate ai sensi della normativa di settore». Peccato che i Mud siano compilati pressappoco dalla metà circa delle aziende che dovrebbero farlo, mentre le imprese al di sotto dei 15 dipendenti non sono neanche soggette all’obbligo formale di farlo. I dati illustrati nella presente edizione del Rapporto si riferiscono inoltre a un mondo ormai abbondantemente alle spalle, quello del biennio 2011-2012, in quanto sono stati desunti dalle dichiarazioni presentate negli anni 2012 e 2013.

Detto questo, l’Ispra affronta il macrotema dei rifiuti speciali sfornando una gran quantità di numeri che è bene non ignorare. Alcuni dei più interessanti descrivono come, tra il 2011 e il 2012 «la produzione totale di rifiuti speciali ha registrato una flessione del 2,1%, passando da 137,2 milioni di tonnellate a 134,4 milioni di tonnellate». Un calo che si accompagna, per lo stesso periodo, a quello dei rifiuti urbani – passati da 31,4 milioni di tonnellate a 29,9 – e che trova un nesso di causalità diretta con l’andamento della crisi economica.

Il calo che viene registrato dall’Ispra per i rifiuti speciali riguarda solo i non pericolosi (soprattutto i rifiuti da costruzione e demolizione, specchio di un settore edilizio che ha subito i contraccolpi della crisi economica come pochi altri), calati in un anno del 2,7%. I rifiuti speciali pericolosi sono invece aumentati dell’8,1%. Da dove vengono?

«Il 31,7% della produzione del 2012 – risponde l’Ispra – è costituita dai rifiuti prodotti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue, mentre una percentuale pari al 19,2% è rappresentata dai rifiuti che raggruppano, tra gli altri, i veicoli fuori uso, le apparecchiature elettriche ed elettroniche, le batterie ed accumulatori. I rifiuti afferenti al comparto chimico rappresentano il 12,7% del totale prodotto, quelli derivanti dalle operazioni di costruzione e demolizione, il 9,1%». Con buona pace dell’abbaglio lessicale “rifiuti zero”.

È interessante notare che, al contrario di quanto accade ai rifiuti urbani, per l’Ispra nel caso degli speciali la «forma di gestione prevalente è rappresentata dal recupero di materia, con il 62,1% del totale dei rifiuti gestiti, seguono le altre operazioni di smaltimento (trattamento chimico-fisico e biologico, raggruppamento preliminare e ricondizionamento preliminare) con il 14%, la messa in riserva con il 12,5% e lo smaltimento in discarica con l’8,4%». Sono dati che concordano con una tendenza nella quale le imprese italiane eccellono: dove è possibile risparmiare materia prima con un margine di convenienza economica l’attività di recupero è incessante, senza che l’intervento di indirizzo pubblico sia necessario.

Nel quadro dei rifiuti speciali non mancano comunque le contraddizioni tipiche del nostro Paese. Affianco a una grande difficoltà nell’utilizzo della dotazione impiantistica italiana per la gestione dei rifiuti nel suo complesso – ovvero con regioni che rifiutano l’arrivo di rifiuti da altre regioni adducendo basse dosi di solidarietà, quanto di convenienza economica –, si nota al contempo come in Italia si importino dall’estero 5,7 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (di cui 108mila pericolosi) in un anno. Non trascurabile è anche la quantità di rifiuti speciali esportata (non da una regione all’altra, ma fuori confine), che ammonta a 4 milioni di tonnellate provenienti principalmente da impianti di trattamento rifiuti nostrani. Destinazione prediletta? Ovviamente la Germania.