I rifiuti toscani tra biodigestori, termovalorizzatori, discariche (e un aeroporto)

Dalla Regione una mossa per rivedere le priorità impiantistiche del territorio a partire dalla Piana fiorentina, tra molti interrogativi ancora sospesi

[21 marzo 2018]

L’ampliamento (o meno) dell’aeroporto di Peretola e la realizzazione (o meno) del termovalorizzatore di Case Passerini rappresentano un grande classico per la Piana fiorentina, uno scontro pluridecennale tutto interno alla sinistra toscana che si è arricchito ieri di un nuovo capitolo: 7 Comuni – Carmignano, Poggio a Caiano, Signa, Calenzano, Prato, Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino – hanno presentato 4 ricorsi al Tar contro l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze, per il quale è arrivato lo scorso dicembre l’ok del governo alla Valutazione d’impatto ambientale (anche se con 142 prescrizioni da rispettare).

Alcuni dei sindaci ricorrenti bocciano sia l’ampliamento di Peretola sia la realizzazione del termovalorizzatore; altri, come il pratese Matteo Biffoni, chiedono venga data priorità alla gestione dei rifiuti; il governatore della Regione Toscana Enrico Rossi, invece, ritiene prioritario l’ampliamento dell’aeroporto e da ormai molti mesi punta per i rifiuti a un’alternativa rispetto alla termovalorizzazione.

Ieri l’alternativa è stata ufficialmente abbozzata: Rossi ha presentato assieme all’assessore all’Ambiente Federica Fratoni un pacchetto di proposte per migliorare la gestione dei rifiuti senza passare dal termovalorizzatore (e togliendo così degli alibi a chi non vuole neanche l’ampliamento di Peretola). Sono tre gli assi portanti di questo pacchetto: incentivi alla raccolta differenziata porta a porta e di prossimità dei rifiuti urbani (ovvero il 14% di tutti i rifiuti prodotti, sommando il 7% dei rifiuti da imballaggio con il 7% di frazione organica dei rifiuti) per 30 milioni di euro più tutta l’ecotassa (mentre il Consiglio regionale chiede nuovi incentivi, ma per il riciclo); favorire gli impianti di biodigestione anaerobica per gestire la frazione organica, col rilascio di autorizzazioni alla loro costruzione considerandoli nel libero mercato; blocco dell’import nelle discariche regionali di rifiuti urbani e speciali provenienti da fuori Toscana per circa 195mila tonnellate, per dar più spazio ai rifiuti indigeni. Quali saranno le presumibili ricadute di queste scelte?

I biodigestori anaerobici rappresentano impianti utili e all’avanguardia: uno lo sta realizzando Geofor a Pontedera (e sarà pronto nel 2019), l’altro rientra nel piano d’ammodernamento del polo di Scapigliato a Rosignano Marittimo, al momento ancora soggetto al procedimento di Via e Aia proprio da parte della Regione. Si tratta però di impianti non alternativi ai termovalorizzatori, semmai complementari: sono tecnicamente in grado di trattare la frazione organica dei rifiuti – come l’umido, gli sfalci e le potature – producendo compost (che poi potrà essere piazzato sul mercato, se di qualità sufficiente) ed energia (elettrica, termica, biometano a seconda dei casi). La frazione organica è importante, pari al 41,51% delle raccolte differenziate toscane, ma pur sempre una frazione.

Anche i termovalorizzatori producono energia da rifiuti (elettrica e, potenzialmente, anche per alimentare reti di teleriscaldamento), ma attraverso processi di combustione nei quali può essere convogliata la frazione non riciclabile dei rifiuti – opzione che la gerarchia europea privilegia rispetto allo smaltimento in discarica –, compresi i nuovi scarti che derivano da riciclo: scarti che da soli, a leggere i dati dell’ultimo Piano regionale rifiuti e bonifiche (Prb) saranno pari al 2020 «a circa il 15% delle raccolte differenziate, corrispondente indicativamente a 240.000 tonnellate (in Italia sono invece 2,5 milioni di tonnellate/anno, ndr), di cui una quota pari a circa il 50% costituita da frazioni combustibili potrà essere destinata a recupero energetico», e il resto in discarica; vale la pena notare che senza gli impianti per la gestione degli scarti da riciclo, a essere in pericolo è il riciclo stesso.

Anche limitando l’analisi ai soli rifiuti urbani, arrivando al 2020 con un raccolta differenziata degli stessi al 70% come da Prb e realizzando gli auspicati biodigestori, dunque, rimarrebbe irrisolta una parte significativa della partita: ad esempio la gestione del 30% di indifferenziato o degli scarti da riciclo.

I termovalorizzatori offrirebbero una risposta, ma in larga parte d’Italia sono in costante declino da anni a causa dell’opposizione popolare: i cinque impianti oggi rimasti in Toscana (erano 8 solo nel 2012) trattano appena il 12% di tutti i rifiuti urbani prodotti. Come ovviare? Nel breve termine, il blocco dell’import dei rifiuti da fuori Regione potrebbe offrire uno sbocco – e forse non a caso la Giunta ha bloccato tale import per circa 195mila tonnellate, non distanti dalle 198.400 che potrebbe al massimo bruciare Case Passerini – ma si tratterebbe appunto di uno sbocco in discarica, una soluzione peggiorativa dal punto di vista ambientale ed economico. Il nodo rimane dunque da sciogliere, nella speranza che la nuova edizione del Piano rifiuti regionale – attesa nei prossimi mesi – possa finalmente mettere un punto fermo nella faccenda.