Pubblicato il 18esimo rapporto Ispra

Rifiuti urbani: aumenta l’avvio a riciclo, ma meno della raccolta differenziata

Il 26% va ancora in discarica, il 19% a incenerimento. La Svezia è rispettivamente allo 0,6% e al 50%

[21 dicembre 2016]

Dopo l’incremento registrato lo scorso anno, torna a diminuire la produzione di rifiuti urbani in Italia secondo quanto raccolto da Ispra nel suo ultimo rapporto in materia: -0,4% rispetto al 2014 e un calo complessivo, rispetto al 2011, di quasi 1,9 milioni di tonnellate (-5,9%). Il documento, giunto alla sua 18esima edizione e presentato ieri a Roma, fornisce i dati – aggiornati all’anno 2015 – sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale, oltre a riportare informazioni sui costi dei servizi di igiene urbana nel Paese.

Fondamentale premessa al rapporto, che rimane il riferimento istituzionale e il più completo disponibile in materia, sta nelle difficoltà a tratteggiare una realtà univoca in fatto di rifiuti per il contesto italiano: ogni regione, ad esempio, offre un proprio metodo per la contabilizzazione delle raccolte differenziate (l’unica a certificarli tramite apposita agenzia rimane ad oggi la Toscana), con le linee guida diffuse dal ministero dell’Ambiente nel maggio di quest’anno che differiscono a loro volta perfino dalla metodologia finora adottata dall’Ispra. Tanto che l’Istituto «presenterà i dati elaborati anche secondo la metodologia individuata» dal ministero dell’Ambiente a partire dal prossimo anno.

Nel frattempo, i dati raccolti da Ispra parlano di una produzione nazionale di rifiuti urbani pari a 29,5 milioni di tonnellate nel 2015 – ovvero 130mila tonnellate in meno rispetto all’annualità precedente –, circa 486,7 kg procapite. Dunque, nell’ultimo anno «a fronte del calo di produzione degli RU, si osserva un aumento sia del prodotto interno lordo (+1,4% a valori correnti e +0,7% a valori concatenati), sia delle spese per consumi finali sul territorio economico delle famiglie residenti e non residenti (+1,6% a valori correnti e +1,7% a valori concatenati)». Allargando lo sguardo all’ultimo quinquennio ed «effettuando il calcolo per il periodo 2010-2015 si ottiene una variazione percentuale del rapporto RU/PIL pari al -6%, mentre la variazione della produzione dei rifiuti urbani per unità di spese delle famiglie risulta pari al -5,2%». In altri termini, l’obiettivo – poco ambizioso? – individuato  dal Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti per il 2020 (-5% della produzione di rifiuti urbani per unità di Pil al 2020) ad una prima occhiata sembra già raggiunto; ma è in primis l’Ispra a sottolineare che «l’andamento dell’indicatore è fortemente influenzato dalla particolare congiuntura economica registrata negli anni di riferimento. Tale aspetto rende di difficile interpretazione l’indicatore stesso».

Per una valutazione a più ampio spettro è inoltre utile osservare la destinazione delle 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti. Il 47,5% viene intercettato dalla raccolta differenziata (+2,3% rispetto al 2014), ancora lontana dall’obiettivo di legge nazionale che puntava almeno al 65% entro il 31 dicembre 2012. Per quanto riguarda invece l’obiettivo fissato dalla direttiva europea 2008/98/CE, che non prevede target di raccolta differenziata ma un avvio a riciclo di almeno il 50%, la percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio si attesta in Italia al 46% o al 41,2% a seconda della metodologia applicata da Ispra; l’incremento rispetto al 2014 arriva rispettivamente a +1,4% o a +1,3%, in ogni caso significativamente ridotto rispetto all’aumento della raccolta differenziata (+2,3%). Dunque, la raccolta differenziata aumenta più del riciclo, trend dove la (non di rado scarsa) qualità del raccolto pesa in modo decisivo.

A migliorare sensibilmente è invece la quota di rifiuti urbani destinati in discarica, -16% rispetto al 2014. Sono comunque ancora circa 7,8 milioni le tonnellate di rifiuti urbani (il 26% del totale, a fronte dello 0,6% registrato in Svezia) finite l’anno scorso in 149 discariche diffuse lungo lo Stivale. L’incenerimento riguarda invece «5,6 milioni di tonnellate di rifiuti provenienti dal circuito urbano e interessa il 19% dei rifiuti prodotti (a fronte del circa 50% raggiunto dalla Svezia, ndr) evidenziando un incremento del 5% nell’ultimo biennio».

Infine, l’Ispra si sofferma sul costo complessivo di gestione dei servizi di igiene urbana a livello nazionale, che ammonta in Italia – secondo i dati raccolti su un campione di circa 5800 Comuni – a circa 10.228 milioni di euro nel 2015 (contro 10.068 milioni di euro nel 2014), di cui «circa 3.695 milioni per le fasi di gestione dei rifiuti indifferenziati, 2.769 milioni per le raccolte differenziate, 1.385 milioni per lo spazzamento e lavaggio delle strade e la quota rimanente per i costi comuni e d’uso del capitale». Una ripartizione per la quale va però segnalato che «solo in un numero limitato di dichiarazioni MUD sono stati indicati separatamente i costi di raccolta e quelli di trattamento/riciclo, mentre, nella maggioranza dei casi, i costi sono imputati alla sola fase di raccolta e trasporto». Senza dimenticare che – sebbene i dati Ispra mostrino come la percentuale media di copertura dei costi del servizio di igiene urbana con i proventi derivanti dall’applicazione della tassa e/o tariffa sui rifiuti ammonti al 99,4% –  non sia inoltre da escludere che, nei molti casi in cui il servizio di gestione rifiuti sia affidato a società in house, una parte dei rispettivi costi sia in realtà da rintracciarsi nelle pieghe dei bilanci comunali, coperta da fiscalità generale.