Pubblicati oggi il rapporto Anci-Conai e il dossier Ecosistema urbano

Rifiuti urbani, aumentano quelli prodotti ma il caos sulle cifre è una costante

I benefici dell’economia circolare sono veri, ma non abbiamo neanche un metro comune per misurarli

[26 ottobre 2015]

rifiuti urbani

Le molteplici anime dell’Italia, con le sue virtù e i suoi problemi, si rispecchiano tutte negli 8mila e passa comuni che la compongono, e nei quali la storia del Paese affonda le sue radici profonde. L’assemblea nazionale dell’Anci, l’associazione che lega i comuni italiani, tornerà a riunirsi in plenaria a fine ottobre, ed è tempo di bilanci: oggi vengono presentati sia il dossier Ecosistema urbano (prodotto in tandem da Legambiente e Sole 24 Ore) sia il V rapporto Anci-Conai su raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti. È significativo che l’analisi parta con i capitoli ambientali in cima alla lista, ma al contempo sconforta constatare una volta di più la mancanza di una base omogenea e comparabile di dati sulla quale costruire soluzioni coerenti con la realtà. Un problema che nel mondo dei rifiuti è particolarmente acuto.

In Italia, nel 2014, la raccolta differenziata è arrivata al 43,90% o al 45,98%? Qual è la performance di Bolzano, 67,4% o 63,8%? E Parma, 65% o 61,60%? La prima valutazione è quella fornita dal rapporto Ecosistema urbano, l’altra quella risultante dall’analisi Anci-Conai, entrambe fonti autorevoli. La differenza di punti percentuali può sembrare piccola ma, come nei due esempi proposti, fa la differenza nel raggiungimento dell’obiettivo di legge (D.Lgs. 152/2006), che in Italia imporrebbe il raggiungimento entro il 31 dicembre 2012 di almeno il 65% di raccolta differenziata. Soprattutto, è la spia di un architrave nelle politiche ambientali del Paese che manca da decenni.

Come denunciavamo già anni fa, “a tutt’oggi non esiste un metodo standard di contabilizzazione (misurazione) delle RD, per cui ogni regione in Italia conta i rifiuti urbani raccolti come vuole e senza validazione (unica eccezione la Toscana)  e/o certificazione. Non esistendo quindi una statistica verosimile e storicizzata di quanto materiale viene effettivamente raccolto in modo differenziato figuriamoci se è credibile una identificazione o estrapolazione sul riciclato”.

È dunque col beneficio d’inventario che si inanellano i dati raccolti nel dossier Anci-Conai: nel 2014 la raccolta differenziata in Italia ha registrato un +3,67% (+2,75% secondo Ecosistema urbano), e un +2,69% per l’avvio a riciclo. Quest’ultimo dato fa riferimento agli obiettivi europei fissati nella direttiva 98/08, che prevedono una quota del 50% almeno entro il 2020: secondo il rapporto Anci-Conai oggi l’avvio a riciclo ha raggiunto il 44,22% dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato (ovvero gli imballaggi, a loro volta una frazione minima di tutti i rifiuti prodotti a livello nazionale).

Anche in questo caso i paradossi però non mancano, e un esempio ormai classico in merito riguarda le plastiche miste: la gran parte di quelle che vengono oggi raccolte in modo differenziato, sono poi termovalorizzate (tranne in pochi casi virtuosi). A ora non sono infatti previsti incentivi per il riciclo, al contrario della termovalorizzazione, e questo provoca effetti distorsivi sul mercato. Il rapporto Anci-Conai commenta oggi come «fissare l’obiettivo di raccolta differenziata al 65% è sicuramente uno stimolo al miglioramento per il sistema Italia ma è anche vero che si richiede agli enti locali uno sforzo economico da destinare alla raccolta superiore alle reali esigenze. Tali risorse potrebbero essere destinate alla creazione di una vera economia del riciclo». Certo è che non ha senso raccogliere in modo differenziato materiali riciclabili per poi vederli inviati a termovalorizzazione.

Anche perché, come sottolinea lo stesso rapporto, «l’attuale modello di crescita lineare è fortemente dipendente dalle risorse naturali finite cui fa affidamento (e dalla loro volatilità di prezzo), mentre un’economia circolare si tradurrebbe in 1,8 mila miliardi di euro di benefici complessivi per l’Europa da qui al 2030, il doppio di quanto previsto rispetto al modello attuale». Il rapporto Anci-Conai si spinge oltre, affermando che «il principio di base della città circolare è che “tutti i flussi di prodotti e materiali possono essere reintrodotti nel ciclo dopo l’uso, e diventano risorsa per nuovi prodotti e servizi”. Ciò significa che il rifiuto in quanto tale non esiste più».

Uno slancio che non sembra però trovare saldi appigli, visto anche che i rifiuti prodotti procapite – come conferma lo stesso rapporto – sono tornati ad aumentare rispetto al 2013: +2,03% per i rifiuti urbani (gli speciali, che sono circa 4 volte tanto gli urbani, non sono oggetto del rapporto), a fronte di una ripresa dei consumi interni, con l’immesso al consumo che segna un +3,4% rispetto all’anno precedente.  Che fare? L’associazione Comuni Virtuosi, che si rivolge oggi all’Anci, pone l’accento sulla necessità di puntare sulla prevenzione dei rifiuti, e sulla progettazione di imballaggi (e beni) secondo i criteri dell’ecodesign. La richiesta ai comuni è quella di essere in prima linea «nel pretendere da decisori politici e aziendali un salto di qualità: è la fase della progettazione che condiziona l’efficacia e l’efficienza dei processi industriali di riciclo». Inutile poter pensare di ridurre i rifiuti quando sono stati già prodotti.